Una Spagna più forte di Messi e Ronaldo

<span>La fusione di Barcellona e Real, anche senza le loro grandi stelle, la tecnica di Aragones e Del Bosque: così è nata la squadra del secolo</span>

Che cosa può fare di più la Spagna per essere considerata la nazionale più forte della storia del calcio? Vincere cinque titoli mondiali come il Brasile? Quattro come l'Italia? Il gioco dei paragoni appassiona i tifosi e riempie le pagine dei giornali. Come si possano paragonare calciatori e squadre di epoche diverse, nessuno lo spiega ma tutti lo fanno. Di certo la Spagna di questi ultimi quattro anni è una macchina perfetta, è il prodotto di una scuola di eccellenza, Madrid e Barcellona, alla quale si sono iscritti studenti fuori corso, Torres il più conosciuto, Mata e Jordi Alba per ultimi. E' il risultato di una mentalità comune al Paese, alla sua tradizione calcistica. Vicente Del Bosque ha completato il lavoro avviato da Luis Aragones, di loro, ai tempi, si scriveva testualmente che fossero, come calciatori «tecnica y tecnica y tecnica». Un sostantivo che altrove è stato smarrito dalla cultura del muscolo, della palestra, della forza fisica, di uno strapotere atletico non ugualmente confortato dalla sensibilità del piede e dalla genialità latina.

Il calcio spagnolo ha subito la contaminazione e l'invasione dei professionisti stranieri, all'inizio degli anni Novanta, ha pagato caro il fenomeno, molti prodotti del vivaio hanno scelto i campionati esteri, gli stessi Fabregas, Xabi Alonso, Arbeloa, Piquè sono rientrati in Patria dopo l'esperienza inglese, Mata, Torres, Pepe Reina, Luis Garcia, Arteta seguitano la loro carriera in Premier, aumentando il bagaglio professionale di una generazione fertilissima. La Cantera del Real Madrid, la Masia del Barcellona sono le banche che hanno consentito a Luis Aragones e a Vicente Del Bosque di allestire una squadra unica, di grandissima qualità tecnica, di perizia tattica.

La Spagna del triplete propone il paragone con le più grandi nazionali di sempre. Tra queste, ovviamente, il Brasile di Pelè che sorge in Svezia nel '58 ma afferma il suo strapotere in Messico nel '70. Una nazionale con un fenomeno e un gruppo di artisti da spiaggia carioca e da campo di fucibòl mundial. Quel Brasile non aveva avversari, l'Italia del '70 arrivò alla sfida finale dopo aver percorso un tragitto analogo a quello attuale: semifinale eroica, con supplementari, contro la Germania, epilogo stremato contro il Brasile con i sei minuti di Rivera. Chi studia football non può non inserire nella hall of fame del calcio l'Ungheria di Puskas, di Hidegkuti, di Bozsik e di Florian Albert (Pallone d'oro nel '67), figlia della Honved, il club dell'esercito. Tre titoli olimpici non furono vinti per caso, quell'Ungheria fu la prima nazionale, non britannica, a battere, al Wembley imperiale, anzi a umiliare, l'Inghilterra 6 a 3 (gli inglesi chiesero la rinvicita a Budapest e ne presero 7). Il Louvre del calcio prevede un posto per la Francia di Platini prima e di Zidane dopo, campione d'Europa nell'84 e poi mondiale nel '98, di nuovo prima del continente nel Duemila (golden gol di Trezeguet), la Germania di Franz Beckenbauer, tre titoli mondiali, l'Olanda di Cruijff, due finali mondiali perse in casa degli organizzatori, Germania e Argentina. Per non trascurare l'Uruguay del debutto di secolo ventesimo e l'Argentina di Maradona.
L'elenco è banale, i dati caratteristici delle varie squadre, diversi se non opposti. Il Brasile era Pelè, il Cristo del pan de azucar, l'Ungheria era una scuola, la Francia un carrefour, il lavoro dei centri federali e di club di formazione, Auxerre, Cannes, Nantes, Lione, Clairefontaine insieme con l'arte dei suoi due grandi campioni; l'Olanda era la banda psichedelica dell'Ajax di Cruijff, in seguito esaltata dal trio milanista Gullit-Van Basten-Rijkaard; la Germania era, è, sarà sempre la panzerdivisionen capace di vincere le battaglie e di perdere la guerra, con tre mondiali vinti e cento mancati; ovviamente l'Italia fa parte di questa galleria, ad anni alterni, quella di Pozzo, capace di vincere in quattro anni, due mondiali e una Olimpiade, non è conosciuta per motivi televisivi, quella di Bearzot è stata la migliore e più fresca, quella di Sacchi la più propagandata, quella di Lippi la più imprevedibile, nel bene e nel male, nel giro di soli quattro anni.

La Spagna è un fenomeno diverso, rientra nel momento storico felicissimo per il regno di Juan Carlos di Borbone. Calcio, ciclismo, automobilismo, motociclismo, tennis, pallacanestro, dovunque e comunque gli spagnoli sono competitivi, vincono, non soltanto nel risultato ma nella qualità della loro prestazione. La nazionale di Del Bosque, come quella di Luis Aragones, è ormai un punto di riferimento, fa scuola, come il Barcellona di Guardiola (o l'Ajax di cui sopra), è una macchina che diverte, concede spettacolo, realizza gol, preleva dal proprio interno, la Liga, i migliori rappresentanti che già si sono affermati a livello euromondiale, con i loro club. Questo è il segnale che distingue la cronaca dalla storia. La Spagna è la rivincita del gioco, la vittoria del calcio puro, genuino, immediato, non preparato in laboratorio (ma circola sempre la mala lingua del doping, ne ha parlato di recente Noah accusando il "sistema spagnolo"), esasperato dalla tattica. La Spagna sa essere toro e torero, Goya e Picasso, Carreras e Bosè. La Spagna sa vincere senza Ronaldo e senza Messi, grazie agli spagnoli del Real Madrid e del Barcellona. E' una lezione per chi ha voglia di imparare.