Spagna, vedova condannata a vivere con il terrorista che uccise il marito

Si chiama Kandido, era un killer dell’Eta. Uccise l’uomo che da bambino gli aveva salvato la vita

Manila Alfano

da San Sebastian

La donna esce ogni mattina dal suo appartamento. Si chiama Pilar Elias e qui, ad Azcoitia, vicino a San Sebastian, nel cuore delle terre basche, tutti la conoscono come la vedova. Suo marito, Ramon Baglietto, uomo del partito popolare, è stato ucciso in una notte del 1980. Sui proiettili c'era la firma dell'Eta. Pilar scende una rampa di scale e al piano terra passa davanti a un negozio di cristalleria. Ogni volta incrocia lo sguardo del proprietario. È un incontro senza parole, di muto rancore, di un dolore che non trova pace e un perdono mai chiesto. Il commerciante ha superato i 50 anni. Ha gli occhi duri e freddi. Si chiama Kandido Aspiazu ed è l'assassino di suo marito. È l'uomo che ha premuto il grilletto. Il terrorista condannato per questo delitto a 25 anni di carcere, ma dopo dieci era già fuori. L'uomo che non ha mai confessato, non si è mai pentito e quando è tornato a casa ha voluto lavorare e vivere, per scelta e forse per sfregio, nello stesso edificio della sua vittima. La signora Pilar è l'amministratrice del palazzo e ogni mese passa dal carnefice di suo marito a riscuotere la quota condominiale. Lei non abbassa lo sguardo, lui non mostra pudore. È questa la storia che sta mettendo in crisi il garantismo della Spagna di Zapatero. È il simbolo dell'impossibilità di chiudere una stagione di sangue. I conti con l'Eta sono ancora aperti. Non c'è giustizia. Non c'è morale. Il terrorista non ha ucciso un «nemico» qualunque. La sua vittima è lo stesso uomo che 20 anni prima, quando era solo un bambino, gli aveva salvato la vita.
Quando nel 1990 Kandido Aspiazu esce dal carcere non ha nessun dubbio: tornare lì, dove dieci anni prima la polizia lo aveva catturato e portato via. Nel frattempo sono passati 10 anni e forse qualche cosa è cambiato, ma lui sa, che una volta tornato nella sua Azcoitia, nei paesi baschi vicino a San Sebastian, ritroverà la sua gente ad aspettarlo. Prima del carcere Kandido lavorava come carpentiere. Oggi ha aperto un negozio di cristalleria nello stesso palazzo in cui vive la vedova della sua vittima, Pilar Elias; consigliera comunale del partito popolare di Azcoitia. In mezzo c'è il suo passato di terrorista dell'Eta e quel viaggio in Francia dove prende i primi contatti con gli uomini del movimento. Allora era solo un ragazzo arrabbiato di 15 anni. Sposa la causa del suo popolo, vuole l'indipendenza dal resto della Spagna. I capi però gli dicono di tornarsene a casa e di ripresentarsi dopo aver compiuto 18 anni. Lui obbedisce e aspetta paziente che arrivi il suo tempo. Kandido vuole combattere, agire, punire. La sua vittima è Ramon Baglietto. «Un brav'uomo» dicono i vicini; un uomo semplice, non un politico, simpatizzante dell'Ucd, il vecchio partito conservatore di destra che appoggia la costituzione spagnola.
Nel piccolo paese di Azcoitia i destini si intrecciano in modo sottile. Vent'anni prima Kandido Aspiazu vede la mamma morire schiacciata da un camion nel tentativo di proteggere il fratellino più grande che attraversa la strada senza guardare. Un uomo riesce a salvare la vita ai due bambini prendendo il più piccolo in braccio e scansando il più grande dal pericolo: quell'uomo è Ramon Baglietto. Ma per Kandido Ramon è solo un traditore. Studia il suo uomo, ne registra orari e abitudini. Il tempo di Kandido arriva una sera piovosa di maggio. Insieme a lui il compagno, Ignacio Zuazolazigorraga. Quella sera Ramon è impaziente di tornare a casa. Alle 9 abbassa le saracinesche del suo negozio di vernici e si infila in macchina veloce. Dietro, i suoi assassini lo seguono in silenzio. Con una scarica di mitra lo fanno sbandare. La sua macchina si schianta contro un albero. Lo raggiungono. Kandido apre la porta dell'auto e preme il grilletto: due colpi di pistola alla nuca e lo finisce.
«Quando ho saputo che il terrorista che ha ucciso mio marito diventava il mio vicino di casa non ci volevo credere», racconta la vedova. «Ho perdonato gli assassini, ma non capisco perché mi devono torturare con la loro presenza in questo modo. È come se lo uccidessero ogni mattina». Ha l'aspetto dolce e materno di una mamma, e quando ricorda le si inumidiscono gli occhi. La compagna di Aspiazu però si lamenta: «Lei è anche l'amministratrice del palazzo. Ogni settimana viene per portarci delle lettere. Ha sempre quella sua aria arrogante... Non la sopporto. Vorrei tanto non vederla più in vita mia». Ma Pilar, che gira con due guardie del corpo che le guardano le spalle, ha già detto di non volersene andare.
Un giornalista di Tele cinco, Javier Preciado, con una telecamera nascosta, riesce a intervistare Aspiazu. «Perché hai sparato tu e non il tuo compagno?». «Perché io ero il più lanciato, il più militante ed ero pronto a mangiarmi il mondo», risponde l'ex terrorista. «Sì ma perché proprio Ramon Baglietto?». «Perché io ero dell'Eta, lui dell'apparato repressivo. È toccato a lui come sarebbe potuto toccare a qualsiasi altro che stava dalla sponda opposta dell'Eta. È come in una partita di calcio. Tu cerchi di danneggiare uno della squadra avversaria, non ti interessa in che ruolo gioca. Lui era dalla parte sbagliata». Alla domanda diretta «Sei un simpatizzante del movimento indipendentista basco?» Kandido si irrigidisce. «Sono un tipo super aperto di mente, però quello che non permetterò mai è che si schiacci il mio popolo. Non sono militante dell'Eta. Sono un simpatizzante del movimento indipendista basco, questo è chiaro». Assicura di non appartenere più al gruppo ma continua a condividerne le idee. Afferma che oggi non ucciderebbe più, ma non rinnega il suo passato di terrorista. Nel suo paese credono che sia giusto offrirgli un'altra possibilità. Il sindaco di Azcoitia dice di essere d'accordo con il suo «pieno reinserimento nella società».
«Cos'è secondo te la pace?» gli chiedono. «Vedere il mio popolo libero e indipendente, senza nessun legame con lo Stato spagnolo». Kandido sembra non voler più parlare con il giornalista, afferma di non voler rilasciare interviste ma poi risponde con gusto a chi mostra tanto interesse nei suoi confronti. Gli racconta la sua storia per più di un'ora. Dice di non aver paura di niente e di nessuno. Ha accettato l'idea che potrebbero ucciderlo da un momento all'altro. A tratti torna il duro di sempre e minaccia: «Se scopro che hai registrato tutto ti sgozzo». Poi si ferma un attimo a pensare e riprende: «Se un giorno deciderò di parlare della mia storia di ex etarra sceglierò te». Si scambiano i numeri di telefono. Ma forse Kandido sa già che la sua storia ormai è entrata nella memoria di un cronista. E in quella di un Paese che fatica a dimenticare.