Spagna, Zapatero bis

Vittoria oltre le aspettative per il Psoe. Al
partito di "Zp" il 45% dei sondaggi. Pp poco oltre il 39%

Madrid - Per una manciata di seggi. In superficie la campagna elettorale spagnola pare essersi risolta in questo: sia i socialisti, sia il Partido Popular hanno guadagnato qualche seggio. Hanno mantenuto, di conseguenza, il loro rapporto di forza. José Luis Rodriguez Zapatero rimane primo ministro, di nuovo senza una maggioranza assoluta ma resistendo all'offensiva del centrodestra e alle critiche severe, a tratti anche aspre, delle gerarchie cattoliche. Le previsioni sono state confermate anche nelle dimensioni. La diminuzione dell'affluenza alle urne avrebbe potuto mettere in pericolo il partito di governo e diminuzione c'è stata, ma appena dell'1%. Non c'era più, a giocare per Zapatero, la drammatica congiuntura di quattro anni fa fra la strage dei terroristi islamici a Madrid e l'impopolarità della partecipazione spagnola alla guerra in Irak. La situazione economica presenta preoccupazioni recenti ma ha alle spalle tre lustri di crescita sia sotto i governi socialisti sia sotto quelli di destra. E la scelta degli elettori lo rispecchia.

Il partito di Zapatero guadagna il 3% (al 45%), quello di Rajoy un po' più dell'1 (al 39,1%). Rimangono inalterati, di conseguenza, i rapporti di forze alle Cortes: i socialisti guadagnano dai quattro agli otto seggi, il Partido Popular dai quattro ai sei. A farne le spese sono i partiti minori ma soprattutto uno giovane ed effimero, la vera sorpresa delle elezioni a sorpresa del marzo 2004: la Esquerra Republicana de Catalunya, una protesta «a sinistra» degli autonomisti. A Barcellona i socialisti diventano il primo partito, Madrid conferma una netta maggioranza al Partido Popular.

In Andalusia la destra guadagna e la sinistra vince. Più importante sul piano anche morale, i baschi hanno scelto la moderazione, respingendo sia le formazioni politiche ambiguamente «vicine» all'Eta, sia il diretto appello dell'Eta stessa all'astensione. La Spagna, si può dire, ha votato ancora una volta con maturità. Non si deve però dedurne che non è cambiato niente. Se il risultato può essere definito dagli uni come conferma e dagli altri come sostanziale pareggio, la campagna elettorale ha messo in luce temi nuovi e nuovi accenti. Zapatero non ha mai cercato un «consenso». Ha scelto la contrapposizione, perfino lo scontro frontale. I suoi avversari l'hanno seguito su questo piano, sia nella scelta del candidato (la conferma di Mariano Rajoy, uomo dalla forte vis polemica e candidato mordace), sia nei temi, puntando molto sulla lotta al terrorismo e in genere sulle propensioni di Zapatero a condurre una specie di «rivoluzione culturale» (meglio sarebbe dire Kulturkampf) non sul piano economico e sociale in senso tradizionale (accettando i principi dell'economia di mercato e procedendo a caute privatizzazioni) ma accentuando, in una sorta di «crociata» personale, gli accenti di una campagna di «rinnovamento della società spagnola» centrata più sul laicismo che sulla laicità.

Suscitando così una reazione molto esplicita delle gerarchie cattoliche, anch'esse impegnate come di rado è accaduto in Europa negli ultimi trent'anni ma in modi riconducibili alle antiche, drammatiche contrapposizioni nella società spagnola. Divorzio, nozze omosessuali, aborto, soprattutto forse una gestione intransigente dell'educazione da parte dello Stato di nuovo in contrapposizione alle radicate strutture religiose. L'impegno della Chiesa si è manifestato in inviti dal pulpito a rifiutare l'appoggio a partiti considerati ostili, non solo attraverso un richiamo ai «valori» ma anche, per esempio, in forte polemica con le «ambiguità» denunciate nel comportamento di fronte al terrorismo. Parole forti sono volate, riferimenti diretti. Di fronte alla sede del partito ieri sera i socialisti vittoriosi inneggiavano alla «sconfitta dei vescovi».

Quanto al confronto politico vero e proprio la battaglia per ora si è conclusa in pareggio. Zapatero, che in serata ha parlato di «vittoria chiara», consolida la sua presa sul partito, ma non agguanta nemmeno stavolta la maggioranza assoluta. Dovrà rivolgersi come prima a qualche formazione minore. Otterrà sicuramente i consensi necessari, con degli «alleati» traballanti.