Spalletti ko a Siena. Ma la sua Roma s'è persa 4 mesi fa

Partita persa e due espulsioni: è il segno che il giocattolo si è rotto. E lui si dispera in panchina senza nascondere il suo disagio

Siena - Dov’è finita la macchina-spettacolo che incantava l’Italia e l’Europa? Svanita nel nulla, come d’incanto. Dov’è finito il tecnico diventato vate con un modulo dettato sì dall’emergenza, ma modello per tanti? Sta lì, fiacco, stranito e spento, quasi in balia degli eventi nefasti. C’era una volta la Roma spallettiana, una squadra che andava in trasferta e dettava legge, che manteneva blindata la sua porta per mesi, che in casa lasciava poco o nulla agli avversari. Oggi il bilancio è diverso: otto gol subiti in sei partite, tre sconfitte su tre in trasferta, squadra in condizioni fisiche e mentali disastrose, bilancio disciplinare già in «rosso» (ieri due espulsioni in un botto, Mexes e Panucci, l’ultima volta il 20 marzo 2005 contro il Milan, ma era l’annus horribilis dei quattro allenatori).

Palermo, Genova e infine Siena, un’escalation di amarezze in soli 30 giorni. Per non parlare del rovescio interno europeo con lo sconosciuto Cluj. Può bastare? «Se non ho i giocatori, tutto diventa più difficile», si è lasciato scappare Spalletti dopo l’ultima debacle esterna. Ed ecco che lo sguardo si rivolge al mercato sbagliato, alla rosa bersagliata dai guai fisici, al rapporto tra calciatori e tecnico ormai sfaldato. Ma il giocattolo Roma si è rotto da tempo, almeno quattro mesi e mezzo fa. Allora la squadra giallorossa arrivò a mezz’ora dallo scudetto nell’inferno del «Massimino» di Catania. Un miracolo sportivo ed economico: la società si autofinanzia con i proventi dei diritti tv, del campionato e della Champions. Stavano per arrivare gli americani, che avrebbero garantito un rilancio al tavolo delle «grandi» con maggiori mezzi finanziari. Invece sono rimasti i Sensi, ad agosto diventati orfani di Franco, il padre-padrone più amato e vincente della storia giallorossa. Chissà se Spalletti aveva cominciato già a guardarsi intorno.

Che la Sicilia fosse il crocevia del suo ciclo in riva al Tevere, l’allenatore toscano lo aveva capito da tempo. Così stava per andare in Inghilterra, al Chelsea, un po’ alla chetichella. Tutto tramontato, al vate di Certaldo non è rimasto che ricevere i complimenti di Scolari (il nuovo allenatore dei Blues) e attendere la trasferta a Londra, ma solo per l’incontro della sua Roma. Sua, ma ancora per quanto? Gli indizi portano a un divorzio a fine stagione, nonostante un contratto di due milioni fino al 2011. Utopistico pensare a dimissioni (Spalletti ha già messo le cose in chiaro), ma anche a un esonero. Milan e Juve restano alla finestra. A Trigoria già dall’estate si respirava un’aria diversa, più pesante. I malumori del tecnico sul mercato estivo, mai confermati, anzi smentiti seccamente, sono risultati evidenti. Spalletti voleva Mutu, Shevchenko - contattato direttamente prima che l’ucraino tornasse in rossonero -, ma anche Thiago Neves e Malouda. Non è arrivato nessuno di questi.

Difficile sostituire Mancini e Giuly (garanzia di venti gol) con la promessa Menez, Julio Baptista o il Vucinic riscattato a suon di milioni. Per non parlare dei comprimari Riise e Loria. Difficile ricreare quel feeling, vero segreto dei successi. O fare i conti con un’infermeria sempre piena («spero che dalle nazionali tornino tutti a posto», l’augurio del tecnico) e con un Totti quasi mai disponibile. A Siena, quella mano sulla faccia davanti all’esagitato Mexes è sembrata un segno di resa.