Sparò a due rapinatori: gioielliere a giudizio

Patricia Tagliaferri

Due giudici, due valutazioni opposte dello stesso fatto di cronaca. Dopo essere stato prosciolto per legittima difesa dall’accusa di aver ucciso due rapinatori, il gioielliere Massimo Mastrolorenzi è stato rinviato a giudizio ieri mattina per eccesso colposo di legittima difesa.
È stato il gup Emanuele Cersosimo a decidere, accogliendo la richiesta del pm Erminio Amelio, che il commerciante doveva essere processato. La prima udienza davanti al Tribunale monocratico è stata fissata il prossimo 16 maggio. La prima decisione, quella favorevole al gioielliere, era stata annullata in appello per un vizio di forma e il procedimento era quindi tornato al vaglio del giudice di primo grado. Che di quanto accaduto a Testaccio il 9 maggio del 2003, quando Mastrolorenzi sparò cinque colpi di pistola ai due rapinatori che volevano ripulirgli il negozio, si è fatto un’idea diversa. Il gup è andato oltre: ha ritenuto non infondata l’eccezione di illegittimità costituzionale che era stata sollevata dal pubblico ministero riguardo alla nuova norma sulla legittima difesa, pur non trasmettendo gli atti alla Consulta perché ha ritenuto la questione non rilevante nel caso specifico. «Per il giudice - spiega l’avvocato Gianfranco Lancellotti, che assiste l’orefice insieme al professor Giovanni Aricò - questo caso può essere risolto applicando il vecchio articolo 52 del codice penale. Ritorna, pertanto, la comparazione tra il bene vita e quello patrimoniale». «È un’ordinanza lunga e ponderata - spiega il legale - ma non ci trova d’accordo per alcune motivazioni giuridiche e alcuni aspetti della ricostruzione del fatto. È la prima volta da quando questa norma è stata introdotta che viene considerata incostituzionale». Insoddisfatto anche l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, in aula per conto dell’Associazione orafi italiani: «Critichiamo questa decisione, la quale stabilisce che Mastrolorenzi non era in pericolo attuale ma ha ecceduto colposamente. In questo modo si apre la strada a una modifica ulteriore dell’articolo 52 e cresce la nostra preoccupazione che si possa tornare alla vecchia situazione che tanti problemi ha provocato ai commercianti».
Mastrolorenzi, ormai, ha abbandonato la professione. Non vuole più rischiare di rivivere lo stesso dramma. «È rimasto scosso - racconta l’avvocato Lancellotti - trovarsi ad uccidere due persone, anche se per difendere la vita, è un’esperienza che ti marchia a fuoco». Prima dell’ultima aveva già subito quattro rapine, in una delle quali la moglie era stata percossa. È anche per questo che teneva con sé una pistola. All’epoca non fece nessun giorno di carcere. Il suo difensore aveva immediatamente depositato al gip una perizia psichiatrica che descriveva Mastrolorenzi come un non violento, per nulla avido, che agì per paura e non per difendere i beni. Per il gup, invece, l’imputato, pur essendo costretto dalla necessità di difendere la propria incolumità e i beni della gioielleria, ha «ecceduto colposamente i limiti della legittima difesa esplodendo almeno cinque colpi di arma da fuoco contro i due rapinatori, uno dei quali «in quel momento gli dava la spalle», mentre l’altro gli «dava le spalle di “tre quarti”».
Mastrolorenzi afferma invece di aver avvertito i due rapinatori prima di premere il grilletto, invitandoli ad andare via dal negozio. Il gioielliere avrebbe sparato dopo aver visto uno dei due rapinatori alzare la maglia e impugnare una pistola, che poi si rilevò giocattolo. Stessa sorte era già toccata all’altro bandito, quello che inizialmente gli aveva puntato addosso l’arma. Mastrolorenzi temeva che stesse impugnando l’altra sua pistola, che era custodita in cassaforte.