Spara al rapinatore per salvarsi dal pestaggio

Milano «Non è che adesso lo gabbiano?»
«Ma no... Più legittima difesa di così!».
Diluvia su Cinisello Balsamo, periferia nord di Milano. Ma l’acqua non impedisce alla notizia di fare in mezz’ora il giro della piccola città. Un film già visto: un rapinatore che entra in negozio, il commerciante che apre il fuoco. Ma stavolta c’è qualcosa in più, e ha la forza che solo le immagini possono avere. È la faccia del gioielliere. Remigio Radolli, istriano di Parenzo ma a Cinisello da quarant’anni, un omone grande e grosso che quasi tutti conoscono. E che prima di pranzo è sui telegiornali con la sua faccia devastata dai colpi. Un occhio chiuso, viola; uno zigomo aperto; la camicia zuppa di sangue. Quell’immagine racconta in modo inequivocabile che prima di aprire il fuoco Radolli è stato picchiato. Brutalmente. Ed è soprattutto per l’impatto di quella faccia devastata che a Cinisello non si trova mezza persona disposta a dire che Radolli ha sbagliato ad aprire il fuoco.
«Ha fatto bene». Questo dicono tutti. Dall’ospedale Niguarda, a Milano, arriva la notizia che il rapinatore probabilmente non morirà. È un bene: per il rapinatore, per Radolli, per tutti. Ma c’è da giurare che anche se da Niguarda fosse arrivata una notizia diversa, a Cinisello si sarebbero commossi in pochi.
Sono neanche le dieci di mattina quando tutto comincia. Radolli apre il suo negozio, all’angolo tra via Piave e via Garibaldi, nel centro di Cinisello. I tre della banda sono già lì che lo aspettano. Suonano. Radolli, che un po’ di fiuto evidentemente ce l’ha, ne fa entrare solo uno. «Parlava con accento romeno, mi ha chiesto di vedere un orologio - racconterà poco dopo il commerciante - io per farlo uscire gli ho detto: andiamo fuori, così me lo indica nella vetrina. Lui ha tirato fuori la pistola e me l’ha data sulla testa». La pistola, si scoprirà poi, è finta.
Nel negozio scoppia una rissa furibonda. Il bandito è alto una spanna meno di Radolli ma picchia come un dannato. Radolli viene colpito con violenza, più volte, ma non molla. Riesce a raggiungere la sua Smith & Wesson calibro 22. E a quel punto presenta il conto con gli interessi, svuotando addosso al bandito tutto il tamburo del revolver. Sette colpi. Tre vanno al bersaglio: due al basso ventre, uno al collo. I due complici, rimasti chiusi fuori dal negozio, tagliano la corda. Dentro, il rapinatore ferito cerca anche lui di guadagnare la fuga. Ma non ce la fa, e crolla a terra. Quando arriva l’ambulanza, sembra più morto che vivo. I carabinieri lo perquisiscono alla ricerca di una traccia per risalire alla sua identità. Niente da fare. In attesa di una risposta dalle impronti digitali, il bandito è un volto senza nome, trentenne o poco più. Lo portano in ospedale, lo operano, probabilmente lo salvano. Le tre pallottole lo hanno attraversato senza ucciderlo.
Ricoverato in un altro ospedale, Remigio Radolli si fa ricucire dalle botte (18 punti di sutura) senza troppo pensare alle condizioni del suo assalitore. «Non ha chiesto di lui e personalmente credo che gliene freghi molto poco», sintetizza il figlio Fabio. Eppure qualcosa dovrebbe importargliene, se non altro perché dalla sorte del rapinatore dipende anche la sua sorte processuale. Che Radolli finisca sotto inchiesta è quasi scontato: per lesioni volontarie, se il bandito riuscirà a sopravvivere; per omicidio, se dovesse morire. A rendere probabile l’apertura di un’inchiesta c’è soprattutto il numero di colpi sparato dal gioielliere, a distanza assai ravvicinata e (almeno uno) verso una zona vitale del bandito. Ma è anche vero che Radolli era convinto di trovarsi di fronte a un avversario armato (anche se c’è chi fa presente che il gioielliere è un esperto di armi, un collezionista che oltre alla Smith & Wesson del negozio possiede a casa una decina di armi da fuoco: e quindi poteva forse rendersi conto che la pistola in mano al rapinatore era una semplice scacciacani). E comunque un avviso di garanzia permetterebbe a Radolli di difendersi, di far scendere in campo un avvocato in queste ore fitte di accertamenti.
Ma che poi si arrivi a una condanna è un altro paio di maniche. I commercianti milanesi che, prima di lui, hanno reagito a mano armata sono stati finora tutti assolti. E in quei casi non c’era neanche l’immagine di una faccia devastata dalle botte, e di una camicia a righe inzuppata di sangue.