Sparare per uccidere i sospetti? Nove inglesi su dieci dicono sì

Un sondaggio di Sky rivela che l’89% dei britannici è favorevole alla linea dura. Blair chiede scusa per la morte di Jean de Menezes ma appoggia la polizia

Gabriele Villa

nostro inviato a Londra

Troppo alta la posta in gioco per permettersi il lusso di non sparare. Troppo alto lo stato d’allerta e di tensione per non rischiare di imbattersi in qualche «deplorevole incidente come la tragica uccisione di una persona che non ha colpe». L’Inghilterra delle certezze minate, delle abitudini scardinate, costretta da quattro settimane a convivere con terroristi e terrore, si ritrova ora a fare i conti con l’ultimo dei temi su cui avrebbe immaginato di doversi confrontare. E fa quadrato. Attorno alla sua polizia. Costi quel che costi. Costi anche la vita di persone innocenti, perché altrimenti rischierebbero di esserci molte, molte più vittime innocenti.
«Shoot-to-kill», ovvero la possibilità di sparare per uccidere, concessa ai reparti speciali della Metropolitan Police. Sparare, dunque. Senza farsi troppe domande. Sparare. Meglio se alla testa. Per non dare il tempo, così, al sospetto kamikaze di azionare la bomba.
Carta bianca ai reparti antiterrorismo della polizia. Carta bianca per sentirsi protetti e più sicuri. Approva l’89 per cento degli inglesi rispondendo ai sondaggi che, alcuni fra i più popolari tabloid britannici e Sky tv si sono affrettati a proporre in queste ore. Ed è la sensazionale conferma di quell’«United we stand», di quel «resistiamo insieme uniti», sull’onda di un’orgogliosa reazione collettiva, che vediamo sventolare anche qui, come è accaduto sulle macerie di Ground Zero a New York. Shoot-to-kill, sparare per uccidere. E uccidere, proprio con otto colpi alla testa, come la commissione d’inchiesta interna della polizia ha appurato, purtroppo anche un innocente elettricista brasiliano di 27 anni, Jean Charles de Menezes. L’uomo sbagliato, che si è trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
Appare sinceramente rammaricato davanti alle telecamere il premier britannico Tony Blair che si dice «molto dispiaciuto per la morte di una persona innocente». Ma subito, a scanso di equivoci, fa quadrato. Fa quadrato anche lui con il resto del Paese. Con gli uomini di Scotland Yard che «stanno lavorando - sottolinea Blair - in circostanze molto difficili e devono avere tutto il nostro sostegno in questo loro compito delicato e rischioso». Poi l’affondo, che dribbla qualsiasi tentativo di strumentalizzazione: «Provate ad immaginare – ha aggiunto il premier nella sua breve apparizione in conferenza stampa – che cosa sarebbe accaduto se quel giovane innocente ragazzo brasiliano fosse stato invece davvero un terrorista e la polizia non fosse intervenuta». Doveroso notare che, mentre Tony Blair pronunciava queste esatte parole, a Broadway, due isolati di distanza, nel quartiere generale di New Scotland Yard, un altro Blair, il Metropolitan Police Chief, sir Ian Blair se ne usciva con un avvertimento: «Quando si trovano a fronteggiare una minaccia terribile come può esserlo un terrorista, i nostri uomini sono costretti a decidere che cosa fare nello spazio di pochi secondi. In quei momenti bisogna agire e basta. Così il rischio di uccidere altre persone innocenti resta altissimo. E va considerato come una probabilità come un’altra. È purtroppo accaduto e ce ne dispiace sinceramente, ma potrebbe accadere un’altra volta. È bene che la gente questa eventualità la tenga ben presente».
Poco importa se il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, incontrando il suo omologo Straw al Foreign Office, ha definito «opportuna» una qualsiasi forma di risarcimento da parte del governo britannico ai familiari di Jean Charles. Poco importa se adesso ci si avventura nelle ricostruzioni della tragica sparatoria di venerdì a Stockwell e si azzardano ipotesi, come quella formulata dalla Bbc, secondo cui Jean Charles de Menezes aveva un visto da studente già scaduto e per questo semplice motivo, cioè perché temeva di venire controllato e quindi, secondo la legge, espulso dalla Gran Bretagna, avrebbe cercato di fuggire davanti agli agenti che lo inseguivano. Poco importa se la famiglia del giovane brasiliano, o meglio i cugini che con lui vivevano nell’appartamentino di Scotia Road, a Tule Hill, sta pensando di avviare un’azione legale contro la polizia inglese. Perché adesso Londra è in guerra. E non può più guardare, con un sorriso di nostalgia, al passato. Quando i bobbies giravano «armati» di fischietto e manganello.