Le «sparate» dell’imperatore

A volte fra moglie e marito è meglio metterlo, il dito. Prendete il Voyage de Charlemagne, poema di stampo fiabesco e d’impronta comica collocabile fra XII e XIII secolo. Gli 870 versi divisi in lasse di dodecasillabi assonanzati si aprono proprio con un battibecco fra imperatore e signora nella chiesa di Saint Denis. Si è mai visto, chiede Carlo, qualcuno cui spada e corona in testa donano di più? Abbassa la cresta, ribatte la consorte, perché ho sentito parlare di un tale Ugo il Forte, imperatore di Grecia e di Costantinopoli e padrone di tutta la Persia fino alla Cappadocia, che non ti è da meno. Come osi, donna, mancarmi di rispetto ecc. ecc., s’inalbera Carletto nostro, adesso sai che faccio? vado laggiù e se scopro che hai mentito, quando torno di stacco la testa.
Diciamo subito che, grazie al lieto fine delle avventure in Oriente di Carlo, la signora ebbe salva la capoccia e che l’ultima scena della storia la vede, nella stessa chiesa di Saint Denis, gettarsi ai piedi del marito. Fra il prologo con i nervi a fior di pelle e l’epilogo da «vissero tutti felici e contenti» leggiamo, in rapida sequenza: della partenza dell’imperatore con i suoi dodici baroni; della tappa a Gerusalemme per ritirare un bel malloppo di reliquie sacre da condurre in patria; della permanenza a Costantinopoli ospiti di Ugo (che dunque esiste e, in effetti, quanto a ricchezze e dominî se la passa molto bene) fra solenni mangiate e clamorose bevute.
È questa la parte più corposa e divertente. I tredici una sera si ritirano nello stanzone loro assegnato e, con la lingua ben sciolta dal vino, si lasciano andare a una serie di spacconate (i gabs, le vanterie che nel Medioevo assursero al rango di genere letterario). Ugo, generoso sì, ma anche sospettoso, ha nascosto una spia in una colonna cava dello stanzone e, appresi il giorno dopo i propositi dei beoni e temendo per il suo impero, vuole metterli alla prova. Visto che tre gab su tre trovano conferma (compreso quello di Olivieri il quale, convinto di poter possedere per cento volte in una notte la figlia dello stesso Ugo si accontenta, dopo aver promesso alla fanciulla di sposarla, di trenta copule «ufficiose»...), Ugo pensa bene di non spingersi oltre. Riconosce sportivamente la supremazia di Carlo e si dichiara suo vassallo. Da parte sua il collega, magnanimo, se ne torna con tutti gli onori a casa senza torcere un capello al collega e senza rubargli uno spillo. È proprio una fiaba...