Le "sparate" su Oslo costano a Borghezio 3 mesi di sospensione

La Lega stanga il parlamentare europeo che aveva definito "condivisibili" le idee del killer norvegese Breivik. In Lombardia l'assessore regionale Monica Rizzi a rischio
espulsione. Cacciato il senatore Filippi coinvolto in un’inchiesta

Roma - «Sospeso dalla Lega e rimosso dalle cariche interne». Si capiva da qualche giorno che l’aria era brutta, per Mario Borghezio. Dopo l’uscita congiunta di Maroni e Calderoli sulle «farneticazioni» dello storico pasionario piemontese (ma anche eurodeputato) sui deliri del pazzo di Oslo, via Bellerio doveva decidere una «punizione», per rendere esplicita la presa di distanza. Tre mesi di congelamento, decisi dal Consiglio federale della Lega. Una misura lieve tutto sommato (altri dirigenti in passato sono stati cacciati o sospesi per sei mesi su beghe interne), che serve per far sbollire le polemiche attorno al Carroccio. Calderoli aveva proposto un mese di sospensione, ma i veneti hanno premuto per almeno tre. Borghezio dice di non sapere nulla e accettare «come un soldato» le decisioni dei capi, ma di «non aver sbagliato» perché «non ho parlato della strage ma delle idee sul fondamentalismo islamico espresse da quel signore». Sulle reti padane i militanti più duri e puri insorgono contro la sospensione. Su Facebook i leghisti oltranzisti attaccano: «Io mi autosospendo dalla Lega...», «Non vorrei sia una scusa per farlo fuori politicamente». Resta l’incognita su quel che succederà a Strasburgo, per Borghezio. Ora che è sospeso dalla Lega teoricamente dovrebbe uscire dal gruppo all’Europarlamento, ma via Bellerio non ha dato indicazioni, e dunque la decisione verrà rimessa al capogruppo europeo, Francesco Speroni, che però ha sottoscritto le parole di Borghezio. Dunque: il piemontese resterà al suo posto.
Le questioni politiche nazionali sono state solo sfiorate nel federale, che è un organo di autogoverno del partito e si occupa di regole, provvedimenti disciplinari e aspetti organizzativi. Per la parte politica c’è la segreteria, convocata lunedì. Bossi ha confermato che la Lega prosegue, sul decentramento dei ministeri, nella sua rotta. Ma che per mantenere un buon rapporto con Napolitano si dovrà spiegare meglio l’operazione. Per questo si è definita una bozza di lettera in cui la Lega illustra le sue ragioni dopo il richiamo del Colle. I leghisti hanno portato in Consiglio il supporto «costituzionale» al decentramento, che sarebbe «previsto per legge», perché nella Carta si parla di Roma come sede del governo, «ma non dei ministeri». Poi un invito a rispettare la linea del segretario federale e le indicazioni di voto indicato dal gruppo. Poi un mandato a Bossi per trovare una soluzione ai ticket sanità introdotti in manovra, soluzione che il Senatùr ha già annunciato in serata: «Il ticket sanitario non lo vogliamo. Si possono recuperare i fondi aumentando il prezzo di sigari e sigarette. Io fumo il sigaro ma di fronte alla sanità sono disposto a pagare di più il mio vizio».
Dal consiglio è arrivato il via libera ai congressi provinciali, una «vittoria» per i maroniani, che li chiedevano in chiave anti cerchio magico. Bocciata la candidatura anti-Tosi del sindaco Bitonci, che è anche parlamentare. Il consiglio ha poi discusso di iniziative per diffondere il «brand» padano, come il Giro della Padania. «Dobbiamo fare altre cose come queste» ha detto Bossi, invitando a mettere in cantiere altre iniziative mediatiche. Poi il raduno della Lega a Venezia, che sarà il 18 settembre, due giorni dopo il rito del Monviso, con la raccolta dell’acqua nell’ampolla.
Questioni organizzative, meno bollenti di quelle disciplinari decise dal federale, che vedeva riuniti con Bossi tutti i capi regionali (Giorgetti, Cota, Zaia, Gobbo, Alessandri per l’Emilia, Pini per la Romagna) più i colonnelli Maroni e Calderoli e altri luogotenenti importanti. Oltre alla sospensione di Borghezio, il consesso leghista ha silurato con l’espulsione un suo senatore in carica, Alberto Filippi, vicentino al secondo mandato (si parla di passaggi poco chiari con fondi pubblici...). Il consiglio ha approvato una mozione passata all’unanimità nel consiglio nazionale veneto.
Poi si è toccato anche il capitolo sull’assessore lombardo Monica Rizzi, indagata con l’accusa di aver raccolto dossier. Il consiglio non ha preso provvedimenti, tutto è rimandato ad un esame approfondito delle carte settimana prossima. Ma sembra plausibile l’espulsione (da partito e assessorato), chiesta a gran voce dai dirigenti di Brescia (lei arriva da lì). Il più duro di tutti è stato un pezzo da novanta come Bruno Caparini (padre di Davide). «Noi non siamo come il Pd, la gente strana la cacciamo subito» sibila un leghista di peso uscito dal quartier generale.