Sparava urlando "Allah è grande" il maggiore della strage in Texas

L'’ufficiale di origine giordana catturato dopo il massacro di 13 militari In corso indagini dell'’Fbi. Obama: non corriamo a conclusioni affrettate

Il maggiore Nidal Malik Hasan, autore della strage a Fort Hood, in Texas, era fuori di testa, non c'è dubbio. Ma forse non stanno meglio di lui Robert Cone, il generale comandante della base, che è la più grande del mondo, e i diretti superiori del maggiore Hasan, che ora giace in rianimazione con quattro pallottole in corpo. «Evitiamo conclusioni affrettate», dice per carità di patria il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di fronte a tanto manicomio. Ma forse le conclusioni affrettate cui si riferisce sono quelle di quanti vogliono a tutti i costi vedere nella strage di Fort Hood lo zampino del terrorismo. E che per corroborare la loro «certezza» citano lo slogan che il maggiore avrebbe urlato prima di far fuoco all'impazzata («Allah è grande») e la tenuta da fedele musulmano (zucchetto bianco e veste candida fino ai piedi) che Nidal Hasan, 39 anni, ha indossato prima di dar fuoco alle polveri. Lo slogan, la veste candida del martire hanno certamente la loro valenza, un loro preciso significato. Giustificano e inquadrano ideologicamente, per così dire, l'esplosione di violenza, la vendetta che covava nell'animo del militare.

Che si tratti però, nel profondo, di una strage della follia - 13 morti, 30 feriti prima che lo sparatore venisse atterrato a sua volta - pare invece piuttosto evidente. Lo dice la storia del protagonista, le testimonianze di chi lo conosce, lo dice il suo conclamato stato di disordine psichico di cui tutti, dai suoi familiari ai suoi commilitoni, erano a conoscenza. L'unica cosa che non si capisce, in questa storia da pazzi, è che cosa ci facesse ancora in servizio, e per giunta nel ruolo dell'ufficiale medico incaricato di curare i traumi psichici dei soldati di ritorno dalle prime linee dell'Irak e dell'Afghanistan, uno come il maggiore Hasan.

Suo cugino, ma anche altri suoi familiari raccontano che i commilitoni di Nidal, dopo l'11 settembre, lo sfottevano a sangue, per via del suo nome e delle sue origini giordane. E che per mobbing, dopo anni di insulti e di sfottò, il maggiore aveva deciso di far causa all'Esercito che inspiegabilmente si rifiutava di rescindere il contratto che legava l'ufficiale all'istituzione. Specializzato in malattie mentali, a contatto di gomito quotidiano con giovani soldati di ritorno dal fronte con la «sindrome da Vietnam», Nidal Hasan sarebbe dovuto partire presto, a sua volta, per il fronte afghano e per quello iracheno. Ed è qui, di fronte a questa prospettiva che lui giudicava insopportabile, dicono i familiari, che il suo fragile equilibrio psichico è saltato.

La terrificante sparatoria è avvenuta al Soldier Readiness Center della base militare di Fort Hood, che vede un quotidiano, intenso traffico di soldati in arrivo e in partenza. Soldati in pigiama e canottiera, per lo più, in attesa di visite mediche; dunque inermi, senza pistola alla cintola. Ecco il perché della strage, prima che sulla scena irrompessero i soldati vestiti da soldati.