Spari e fuoco al campo nomadi

La Comunità di Sant’Egidio: «Un fatto gravissimo»

Un morto, due feriti gravi, di cui uno in condizioni disperate, almeno un paio di baracche andate in cenere. Il finimondo nel piccolo campo rom abusivo di via di Salone, a ridosso dei laghetti di Tor Cervara, a Settecamini, va in scena ieri sera intorno alle otto. Colpi d’arma da fuoco, le casupole nascoste nel fitto della vegetazione dell’area tiburtina che vanno a fuoco, tre romeni tra i 30 e i 40 anni che restano a terra. Per uno di loro, centrato al collo da un proiettile, non c’è niente da fare: muore sul colpo. Gli altri due verranno trasportati in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale Sandro Pertini. Attorno le urla di disperazione delle donne e dei bambini che hanno assistito, poi i carabinieri della compagnia di Tivoli che accorrono sul posto con le radiomobili. Arrivano pure gli agenti della Digos della questura. C’è da capire, infatti, se si sia effettivamente trattato di un regolamento di conti tra clan rivali magari uniti da legami di sangue, divisi però da dissidi interni al campo escludendo ogni ipotesi di un agguato, di una sorta di spedizione punitiva contro gli «zingari» di zona. Un raid come quello avvenuto al Trullo ai primi di ottobre quando un commando di italiani, cappucci calati sul volto, ha dato l’assalto a un bar frequentato da romeni in via Monte delle Capre. «Ancora non abbiamo elementi per inquadrare in uno scenario esatto quanto accaduto - spiega in tarda serata il capitano della compagnia di Tivoli, Luca Palmieri -. Stiamo ascoltando la gente dell’accampamento, i testimoni e non tutti parlano italiano. Valutando il calibro e le traiettorie dei colpi sparati. Cercando di capire se possibile parlare coi feriti in ospedale». Poco prima delle 22 l’Sos giunge dal Quadraro dove un box abitato da romeni prende fuoco e uno degli stranieri resta ustionato. Ha anche ecchimosi dappertutto. Ma è solo una coincidenza. Intanto a Tor Cervara cronisti e fotografi vengono tenuti a debita distanza. C’è un sentiero di 500 metri da attraversare prima di arrivare alla favela abitata da una cinquantina di persone e in parte ricavata nelle grotte che portano a un’ex cava di pozzolana. L’accesso è a dir poco difficoltoso. Si cercano due o tre persone che avrebbero aperto il fuoco, forse armate di fucili. Il rogo di alcune baracche? «Una stufetta artigianale che è bruciata - taglia corto il magistrato di turno della Procura di Tivoli -. Nelle baracche abbiamo trovato i segni di una rissa, tavolini ribaltati, oggetti andati all’aria. Al momento la pista principale è quella di un regolamento di conti interno. Con gli interrogatori ne sapremo di più». «Aspettiamo di verificare le circostanze. Ma temiamo possa trattarsi di un episodio legato al razzismo e all’intolleranza. Se così fosse sarebbe una cosa gravissima, di quelle che fanno pensare alle incursioni “giustizialiste” della banda della Uno Bianca». Così il responsabile dei servizi per i rom della Comunità di Sant’Egidio, Paolo Ciani, ha commentato a caldo il fattaccio. «Comunque - aggiunge - lì non c’erano mai stati grossi problemi».
(Ha collaborato Emilio Orlando)