SPARK Addio signora in nero

Il suo braccio destro Penelope Jardine mi aveva avvertito: «È difficile raggiungere la nostra casa di San Giovanni in Oliveto. Perché, dopo un sentiero che si perde nei campi, ci sono due rustici che si fronteggiano. E sono quasi identici dal momento che entrambi inalberano lo stesso numero civico, il tetto è del medesimo color di rosa e la domestica, che si divide tra le due famiglie, è la stessa. Ma lei suoni alla prima porta che vede, e qualcuno apparirà». Per fortuna al mio arrivo mi accolse sulla soglia il sorriso sardonico di Muriel, che il vecchio Thomas Stearns Eliot definì «più minaccioso di un gatto dello Yorkshire». Drappeggiata da capo a piedi in una tunica di lamé d’oro, le babbucce scarlatte ai piedi e due truci stampelle che reggevano a malapena la sua smilza figuretta, la scrittrice mi redarguì: «Ho 92 anni, e da un giorno all’altro posso sparire. Eppure sto lavorando a un nuovo libro. Perché quando si è malati di letteratura, si muore con la penna in mano, there’s no doubt».
Oggi, nel triste giorno della sua morte, rivelo questo piccolo dettaglio perché è l’unico che illumini a sufficienza la straordinaria personalità della grande scozzese folgorata dall’amor di Dio che, perfino dopo la conversione al cattolicesimo, di Cristo e del Papa non voleva parlare. Perché, confidava muovendo vezzosa le mani, «la fede è un fatto privato che ci aiuta a vivere e non deve mai essere trasposto nei romanzi se no allora diventerebbe un calembour e farebbe il gioco di Satana».
Ma chi fosse in realtà questa signora che cominciò la carriera al Foreign Office inventando, con un’équipe ai suoi ordini, nei giorni bui della guerra una serie di ingegnosissimi messaggi cifrati che, opportunamente dislocati in campo avverso, avevano lo scopo di confondere i nazisti preparando la vittoria della Raf, è un quesito difficile da sciogliere. Del suo privato, infatti, si sa poco o nulla. Perché del marito da cui divorziò dopo la nascita dell’unico figlio mutuò, oltre il nome folgorante (Spark che in inglese significa «scintilla»), solo il ricordo del bouquet di myosotis che reggeva tremante il giorno delle nozze. Mentre della sua opera tutto si sa, a eccezione dell’impulso misterioso che le dettò, un anno dopo l’altro, quelle incredibili spy stories abitate - come nella Badessa di Crewe - da monache indemoniate che, nel convento amministrato con pugno di ferro ammanniscono e tramano mostruose delazioni più orride della condanna al carcere duro.
Ma che cosa spinse questa signora d’impeccabile educazione che veniva dalla terra di Maria Stuarda a occuparsi di delitti e intrighi dopo essere stata, per molti anni, la biografa più raffinata del Regno Unito con la sua brillante evocazione di Mary Shelley, è e rimarrà sempre un segreto. Infatti a cominciare dagli Anni in fiore di Miss Brodie, dove l’allieva più dotata del college retto da una suddita di sua Maestà britannica che ammira incondizionatamente Mussolini finisce trappista in odio alla disciplina coatta della public school anglosassone fino all’ultimo romanzo, Invidia, dove l’allievo più promettente del corso di scrittura creativa dichiara guerra al suo tutor prima di diventarne l’amante, l’opera omnia di Muriel appare all’insegna dell’eccentricità e della stravaganza. Dato che la Spark continua instancabile a tessere la tela dello sconcerto contemporaneo.
Muriel è infatti l’araldo più pericoloso e affascinante della morte che ha ospitato la letteratura del XX secolo. Da Memento mori, dove gli ospiti di una casa di riposo consumano fra un tè e una tisana gli omicidi più efferati che si possano immaginare, fino a quel Seggiolino del guidatore la cui protagonista individua, tra i cespugli di villa Borghese, il killer che metterà fine alla sua pietosa Via Crucis: un percorso che è solo un’allucinante discesa agli inferi da cui non si salva nulla e nessuno. Ammiratrice di Ivy Compton-Burnett («Un genio dalle sembianze di una civetta», la definì) e intima dell’amatissima nemica Patricia Highsmith cui sottrasse Spider, il bastardo prediletto da lei considerato alla stregua di un genio propiziatorio poiché somigliava come una goccia d’acqua a Monsieur, il can barbone di Cornelio Agrippa, Muriel era una moralista della tempra di Montaigne che non si faceva illusioni sulle contraddizioni della natura umana.
Quando conobbe Ingmar Bergman, che mise in scena la sua unica pièce Doctors in Philosophy, la sua reazione al commento dell’illustre regista, che considerava la commedia più adatta alla lettura che alla rappresentazione, fu emblematica del suo modo di pensare come della spietata intransigenza del suo modo di agire. Dal momento che non lo contestò né tanto meno lo insultò, ma lo affrontò con il suo humour più tagliente di una lama elisabettiana dicendogli: «È in grado di leggere Chaucer in originale? Io, Mr. Bergman, scrivo nella stessa lingua». Che dire di più e di meglio della donna che riscrisse a suo uso e consumo la storia di Robinson Crusoe e che abbandonò in pieno Sessantotto la sua splendida residenza romana di campo de’ Fiori in preda al terrore della contestazione? Che le ispirava lo stesso disgusto della vista di Elizabeth Taylor che, scritturata per Identikit, il film tratto dal suo libro, ebbe il torto di «mettere in mostra un seno fiorente che a malapena sostituiva il cervello». Divina Muriel.