La spartizione degli applausi

L’incipit del discorso con il quale Prodi ha chiesto la fiducia può stupire. Ha detto, in sostanza, il Presidente incaricato: l'Italia è una e la sinistra, sebbene abbia vinto le elezioni, sente di rappresentarne solo una parte. In ossequio alla logica della democrazia dell'alternanza, ha eletto i suoi rappresentanti al vertice delle istituzioni ma è aperta alla collaborazione, nella distinzione dei ruoli che, però, non comporta una volontà di divisione.
Si è chiesto, a questo punto, l'ingenuo Senatore del centrodestra: ma è proprio lo stesso Prodi che in campagna elettorale tuonava contro la metastasi berlusconiana? È lo stesso che in Piazza Sant'Apostoli, ad urne ancora aperte, in una scena da golpe sudamericano, affermava che il primo colpo era stato inferto e in occasione del referendum istituzionale si sarebbe assestato quello definitivo, al fine di delegittimare l'opposizione? Ed è sempre lo stesso che ha salutato l'elezione di Napolitano affermando che si era riunificato ciò che la guerra fredda aveva artificialmente scisso, tradendo così una incontenibile nostalgia per l'arco costituzionale del tempo che fu?
Per un attimo si è considerata l'ipotesi che Prodi potesse essere stato fulminato sulla via della democrazia maggioritaria e, mettendo in soffitta l'antica concezione consociativa e «pluralista» cara al suo maestro Dossetti, avesse scoperto le virtù liberali della democrazia conflittuale: accordo su valori previi riferiti ai diritti inalienabili della persona e all'interesse della nazione; per il resto, esposizione di visioni antietiche, il più possibile coerenti e chiaramente alternative.
Purtroppo si è trattato solo di un attimo. Appena il discorso è entrato nel vivo si è capito che quell'incipit aveva un valore soltanto tattico. Prodi, nella sostanza, è rimasto quello di sempre. Così, mentre le cartelle scorrevano inverando il rischio di fornire un «bignamino» del mastodontico programma dell'Unione, impossibilitato ad usufruire dei caffè inopinatamente giunti in aula per tenere desta l'attenzione di Ciampi e Cossiga, l'ingenuo Senatore ha cercato di darsi una ragione di quell'incipit imprevisto.
Il fatto è che Prodi - così come gran parte della sinistra - era convinto non di vincere ma di stravincere le elezioni, infliggendo a Berlusconi il colpo del definitivo ko. Allora, ci si sarebbe potuti dedicare all'opera di riunione del Paese, recuperando benevolmente i resti e respingendo nelle fogne coloro che proprio non ci sarebbero voluti stare. La grande rimonta e, soprattutto, la vittoria politica di Berlusconi hanno però mutato il quadro costringendo a modificare la tattica ma non le scelte di fondo.
Già all'indomani dei risultati vi erano stati i primi segni. Nella situazione in cui si è trovata l'Italia dopo il voto - vittoria legale dell'Unione, vittoria politica della Casa delle Libertà che in termini assoluti, tra Camera e Senato, ha ottenuto quasi 200.000 suffragi in più - in una matura democrazia dell'alternanza sarebbe stato obbligatorio fermarsi a considerare, almeno per un attimo, la proposta di un governo di larghe intese nell’interesse del Paese. Ciò è però consentito solo a chi ritenga che le proprie convinzioni siano profonde quanto quelle dell'avversario e che, per questo, la distinzione possa resistere pur in una contingenza che consiglia l'unità. Invece no: la sinistra ha scelto la strada di andare avanti da sola. E l'appello al bipolarismo le è servito strumentalmente per prendersi tutto ciò che era a disposizione, spartendolo all'interno della sola coalizione vincitrice: al primo partito il Quirinale, al secondo il Senato, al terzo Montecitorio. Col discorso di ieri, Prodi ha dimostrato di non voler rinunziare neppure alle suppellettili dello Stato. Dietro la proposta di riformare le autorità indipendenti, con la scusa di razionalizzarle, è facile leggere l'intento di creare nuovi posti di potere da assegnare a quanti, anche dopo la distribuzione sottosegretariale, sono rimasti a bocca asciutta. La vecchia logica «pluralistica» è tornata così ad affermarsi, ancora una volta, nella sola ridotta della coalizione vincitrice. Lo si è compreso ancor meglio ascoltando il discorso del Presidente incaricato: nessun progetto coerente ma bilanciamento degli argomenti retorici per non dispiacere nessuno: un po' a Caruso e un po' a Bonino; un po' a Luxuria e un po' alla Binetti. E così, dopo la notte della divisione delle spoglie governative, ci è toccato assistere al giorno della spartizione degli applausi. Nessun passaggio del lungo discorso di Prodi, infatti, è stato salutato dal consenso corale dei vincitori. Quando si applaudiva sui banchi di Rifondazione si restava composti al centro e viceversa. Con i Ds, poveretti, stretti nella morsa dell'asse, il più delle volte incerti sul da farsi. Questa saggia distribuzione di attenzioni per il proprio gruppo di famiglia si è accompagnata alla delegittimazione strisciante, non solo della precedente esperienza di governo ma di un'intera esperienza politica. Su ogni argomento - dalla politica estera a quella sociale, dalla famiglia alla scuola e all'università - la vaghezza dei programmi concreti ha cercato un riscatto nell'esibita volontà di chiudere la parentesi del berlusconismo. Come se l'Italia a partire dal 1994 fosse stata invasa dagli icsos. E contro di essi, fallita la strategia d'urto, fosse necessario passare a metodi omeopatici. A ciò si è ridotta, in sostanza, la richiesta di dialogo formulata da Prodi. Da parte sua, è legittimo per quanto triste. Tocca ora al centrodestra dimostrare che la base popolare e liberale che lo sostiene non è disposta a farsi riassorbire divenendo, magari, un'altra tribù accanto alle tante che già hanno trovato posto nel giardino della maggioranza. Che essa ha radici sociali e culturali solide, in grado di resistere per puntare di nuovo a tornare alla guida del Paese. E che per dialogare sul serio, essa esige rispetto. Un rispetto che finora né Prodi né gli altri fruitori della «vittoria risicata» hanno ancora dimostrato di avere.