A spasso con il filosofo che amava l’umanità

Dopo due fortunate tappe a Napoli (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) e a Roma (Salone Vanvitelliano della Biblioteca Angelica), approda a Milano, grazie alla fondazione Humaniter, la mostra icono-bibliografica «Nel lume di questa bella e gentil città d'Italia. La Napoli vichiana», ospitata fino al 30 gennaio (ingresso libero, orario 10-13 e 15-19) alla Società Umanitaria, in sala Bauer. Una buona occasione per conoscere più da vicino quella Napoli che al tempo di Carlo II d'Asburgo e Carlo di Borbone (dal 1759 Carlo II di Spagna) rappresentava uno dei principali motori culturali d'Europa. Una città della quale oggi si additano soltanto le storture: passate le cataste d'immondizia, ecco agli onori della cronaca la labirintica rete fognaria popolata da pericolosi latitanti. Ma proprio Vico - è tra le sue prime lezioni - insegna a non aver paura della storia e a nutrire fiducia nell'uomo, capace di tragiche cadute come di splendide rinascite. Curatrice della mostra è Maria Grazia De Ruggiero, che ha da poco pubblicato, per Grimaldi & C., «La Napoli Gentile di Giambattista Vico», introduzione di Fulvio Tessitore. «Quella che propongo è anzitutto una passeggiata per Napoli accanto a Vico, che della città è fedele testimone perché vi conobbe tutte le fortune: figlio di un libraio di modesta condizione, scalò la società fino a diventare letterato e storiografo di corte. Senza mai perdere l'umanità e la discrezione che lo accompagnarono per tutta la vita». Prese le distanze dall'icona crociana, e un po' scolastica, di «filosofo della Provvidenza» (fu proprio Croce a volervi vedere addirittura «il secolo decimonono in germe»), e dal ritratto romanticheggiante di pensatore incompreso rinchiuso nella sua torre d'avorio, in Vico si scopre primariamente un umanista che mescola la raffinatezza settecentesca a un innato gusto per l'antico: significative la sua ammirazione per Lorenzo Valla, il filologo del Quattrocento che smascherò la falsità della presunta donazione di Costantino, e la sua reverenza per l'humanitas ciceroniana. Lucido il suo contributo alla «querelle homérique», che anticipò di mezzo secolo le intuizioni di Friedrich August Wolf. Gentiluomo napoletano nelle parole e nei costumi, è persuaso che la mente umana contenga un principio divino. Precisa De Ruggiero: «Vico esalta l'uomo, non lo abbatte. Per lui prerogativa dell'essere umano è chiedersi il perché dei fenomeni. E lascia alla poesia il compito di dare senso e passione alle cose insensate». Farsi condurre da Vico per le vie della Napoli settecentesca è imparare a vedere con i suoi occhi. Pochi come lui hanno guardato alle classi subalterne intuendone l'ansia di riscatto ma anche il pericolo sociale che esse rappresentavano. E la loro dignità, che emerge in diversi momenti della storia di Napoli: come nel 1701, durante la congiura di Macchia, rivolta nobiliare che il popolo si rifiutò di appoggiare perché cinquant'anni prima, al tempo di Masaniello, si era visto abbandonato dalle classi privilegiate. Episodi rappresentati in alcune delle numerose stampe d'epoca esposte in sala Bauer, fra libri, manoscritti, edizioni preziose di Vico e di altri importanti pensatori del suo tempo che gravitarono intorno alla corte partenopea: da mozzare il fiato una «Istoria civile del Regno di Napoli» di Pietro Giannone, l'opera storica più nota dell'autore del Triregno. Non manca una vetrina interamente dedicata al tema «Milano legge Napoli»: vi si scopre che le prime due edizioni delle opere complete di Vico videro la luce proprio a Milano, tra il 1835 e il 1853, presso l'editore Giuseppe Ferrari. E per il 29 è atteso l'intervento «Tempo, mito e storia» di Giulio Giorello.