A spasso per la vecchia Milano Ecco i segreti delle sei Porte

Milano, la farfalla. Come il più bello dei lepidotteri, la città nasce, vola, si trasforma, rinasce, rivola e si ritrasforma. «Perché è dominata dalla furia del danee» commenta Bruno Pellegrino, autore dei sei volumi Così era Milano, ciascuno dedicato a una Porta: Vercellina (ora Magenta), Ticinese (Porta Genova), Romana (l’insieme di Porta Romana, Vigentina, Ludovica), Orientale (l’insieme delle attuali Porta Venezia, Monforte, Vittoria), Nuova, Comasina (Porte Garibaldi, Volta), ripubblicati dalle Edizioni Meneghine, dopo la prima stampa del 1983.
La visione caleidoscopica della metropoli avvenne negli anni ’70. Il giorno di Ferragosto, Pellegrino si trovava in una strada senza macchine e senza persone. Vuoto. Per la prima volta s’accorse di quanti piani temporali si fossero stratificati in questa «perla», formatasi lentissimamente come se la storia fosse un mollusco e nello stesso tempo sempre in via di cambiamento dall’oggi al domani, come se in quel mollusco il vento entrasse minuto dopo minuto a spazzare via i resti senza importanza. Non è proprio Milano ad apparire in questi libri, ma una Milanina, dove non monumenti e palazzi fanno la parte del leone, ma le strepitose piccinerie d’arte che nessuno nota mai. È ora di mostrarle, si è detto Bruno Pellegrino, a chiunque passi da questa città che ha un fascino che non ti molla più, perché come sentenziò Indro Montanelli: «Milanesi non si nasce. Si diventa». E a convincerti sono proprio le «chicche».
Porta Romana, l’impertinente portalino roccocò
Si trova al numero 2 di via degli Osti. Sagomato «coi battenti decorati a teste di chiodi» è la gemma dell’antica contrada che ospitava molte osterie delle 66 che Milano contava nel 1600, gradevole ospizio di forestieri ed avventori alla ricerca di un ristoro in un bel piatto caldo, un letto e un divertimento a sorpresa, nel cuore di una città che di pazzie ne ha viste tante grazie ai suoi buoni bicchieri. Una fra tutte. La prodezza di Rossini, Mercadante e Bellini, tre colossi del melodramma, che dopo una cena nell’osteriaccia dell’Aquila, nell’omonimo vicolo, in una notte del 1832 si sfidarono per 200 metri in una corsa su un piede solo, per poi finire - sembra! - in un famoso bordello di quel bigoletto di strada «angusto e laido», meta di briganti ma anche di nobili talenti.
Porta nuova, il divin portale gotico
Verso la metà del ’400 la nobile famiglia dei Vimercati, forse in segno di genuflessa devozione verso una religiosità concreta e spicciola, ma d’ampie pretese, lo asportò dalla dimora in via del Crocifisso a via dei Filodrammatici n.1, dove si apriva un monastero voluto dai monaci di San Girolamo, sotto la protezione dei SS. Cosma e Damiano.
Porta Ticinese, la cartella viaria
Risale al 1700 e si trova in via San Maurilio 18. Pitturata con dovizia non ancora smunta, sorregge la scritta: «Contrada di Sant’Ambrogio alla Balla» sulle mura di un palazzo che fu dei Visconti di Modrone. Spicca per le sue parole questa Porta, perché vi è anche l’unica epigrafe in dialetto meneghino. È incisa su marmo bianco con enfasi «appassionata» in via Santa Maria Podone 3. Dice: «In sto canton vecc del nost Milan/ L’è vivuu e l’è mort/ Gaitan Crespi/ Poetta e studios de la lengua meneghina/ Ambrosianon de coeur e de caratter 1852-1913». Se l’orologio più vecchio della città è quello del campanile della chiesa di Sant’Eustorgio, le lancette che per prime cominciarono a scoccare sonore sono quelle della torre campanaria della chiesa di San Gottardo in via Pecorari a Porta Romana.
Porta Comasina, i numeri degli extracomunitari del ’200
Una data sulla Loggia dei Mercanti: 1228. Vista l’epoca avrebbe dovuto essere in caratteri romani, invece è in numeri arabi. Testimonia che già allora la città era crocicchio di scambi etnici all’avanguardia, che portavano qui gente di tutte le razze e culture. Per questo la sua ricchezza è cosmopolita e le regala l’eclettismo delle ere e degli stili. Sempre in Porta Comasina possiammo ammirare la magnificenza di uno scalone d’onore. All’interno di palazzo Crivelli in via Pontaccio 12 appare la superba doppia rampa che s’apre a tenaglia, adornata da una balaustra in pietra e traforata come un delicato pizzo di Burano, come voleva lo sfizioso barocchetto lombardo. Ancora oggi farebbe sospirare qualsiasi contessina protesa all’ultimo bacio verso l’amante notturno, segreto. Molto segreto, perché ci fu un tempo in cui Milano fu impietosa con le sue fedifraghe, basti pensare all’atroce fine di Bernarda, figlia non legittima di Bernabò Visconti, uccisa tra stenti e torture oltre sei secoli fa, e vista vagare in forma di fantasma nella campagna lombarda per molte, moltissime lune.
Porta Nuova, quello scalone del 1400
«In un locale a capo del sottoportico di destra» di casa Carcassola al numero 3 di via Montenapoleone, sono conservati i resti di una casa del XV secolo, il cui accesso si apriva nella contrada di San Pietro all’Orto. Vago, lo scalone testimonia il tempo dell’età sforzesca.
Porta Vercellina, quant’è bella giovinezza
Visto il carattere di rapace «carpe diem» che traspira dalla celebre lirica di Lorenzo il Magnifico, non è follia immaginare solo per un attimo che sia stata ispirata anche un po’ da Milano nella dimora che il «tosco» aveva ricevuto in dono da Ludovico il Moro. In corso Magenta numero 29 si trova l’unico muro superstite in latterizio di questa casa.
Porta Orientale, il gatto nella gola di lupo
Resa celebre dal Manzoni perché ci passò Renzo Tramaglino per entrare in città, quando era due pilastri con sopra una tettoia. Già da allora si sapeva che a Milanina, «gatto ci cova» - per cambiare tutti i generi -. Al numero 43 di Corso Monforte, circa all’angolo con via Vivaio, si apre la facciata preliberty di una casa cosparsa di ferri battuti. Nella piccola finestra in basso di sinistra, detta gola di lupo, c’è un grande gatto in lamina di metallo che il fabbro Sandro Mazzucotelli regalò alla fine dell’800 al figlio del proprietario. Affinché il felino non si annoiasse nella finestrella di destra c’era anche il topolino, che nel tempo è stato rubato, dicono, o magari il gatto se lo è proprio pappato. A Milanina succede questo e altro.