Spatuzza non è attendibile: niente programma di protezione

RomaGaspare Spatuzza non è un pentito doc, perché fa dichiarazioni «a rate». E la commissione del ministero dell’Interno per le misure di protezione non lo ammette al programma speciale per i collaboratori di giustizia.
La sua «lealtà e correttezza» nelle rivelazioni sulla strage di via d’Amelio e sui collegamenti tra mafia e politici, suscitano «dubbi» e «perplessità», si legge nel documento che motiva la decisione, perché egli non rispetta il termine massimo di 180 giorni, fissato dalla legge del 2001.
«Questo limite - spiega il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, presidente della commissione - non è un dato formalistico, ma uno dei capisaldi della legge 45, approvata all’unanimità dal Parlamento. È funzionale a garantire la genuinità delle dichiarazioni e ad evitare abusi. Nel caso di Spatuzza non è stato rispettato e la legge impone di non concedere le speciali misure di protezione. Questo, anche se le stesse dichiarazioni rimangono utilizzabili per la decisione giudiziaria. I piani sono diversi. Non spetta alla commissione, che è organo amministrativo, valutare l’attendibilità di Spatuzza, a lei spetta ribadire che se ci sono delle regole vanno rispettate».
Dunque, il sicario dei fratelli Graviano di Brancaccio non entrerà nel circuito penitenziario ad hoc per i pentiti, anche se per la sua sicurezza restano confermate «le ordinarie misure di protezione» ritenute adeguate al rischio segnalato. La decisione che gli nega lo status di pentito, di cui godeva da oltre 6 mesi provvisoriamente, comporta conseguenze sia finanziarie che giudiziarie, anche sugli sconti di pena. E questo mentre alla Corte d’appello di Palermo si sta concludendo il processo a Marcello Dell’Utri e alla fine del mese è atteso il verdetto.
Proprio le affermazioni su Dell’Utri e Silvio Berlusconi hanno pesato negativamente sulla scelta della commissione tecnica, formata da due pm della Dna e cinque esponenti della polizia, oltre al presidente. Le indiscrezioni parlano di burrascose riunioni, una a settembre e l’altra a metà maggio, con gli esponenti della Dna che premevano per accogliere le richieste delle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, appoggiate dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso e la maggioranza orientata a negarle. Mentre la spaccatura non si risanava, al Viminale tardavano ad arrivare tutte le carte richieste e si allungavano i tempi per la decisione finale. Ieri, però, un no pesante. Che ha scatenato le polemiche, con il Pd e l’Udc che criticano la «grave scelta» e chiedono l’audizione di Mantovano in commissione Antimafia; Antonio Di Pietro che parla di Spatuzza come di «un morto che cammina» e il suo legale che preannuncia il ricorso al Tar.
Spatuzza ha iniziato a parlare agli inquirenti il 26 giugno 2008 e avrebbe dovuto dire tutto entro dicembre. Invece, «ricorda» nuove cose 6 mesi dopo, a giugno 2009, e lancia le sue «bombe» su Dell’Utri e Berlusconi il 4 dicembre 2009, facendo riaprire il dibattito chiuso in corte d’Appello. Siamo a un anno dalla chiusura del verbale. Né, per il Viminale, si tratta di approfondimenti di fatti già rivelati, ma di dichiarazioni tutte nuove. Lo dicono le carte esaminate dalla commissione. In cui gli stessi pm esprimono «riserve sulla effettiva e piena “apertura” di Spatuzza», come scrive nel suo parere il pm di Palermo a febbraio 2010, mentre il collega di Caltanissetta esprime «fondati dubbi di attendibilità». E lo stesso Grasso sottolinea che, dopo le affermazioni (che hanno trovato riscontri) per ribaltare la ricostruzione dell’attentato a Paolo Borsellino e alla sua scorta fatta nelle passate sentenze e su quello in via dei Georgofili, Spatuzza fa dichiarazioni tardive oltre il limite dei 180 giorni. Solo nel 2009 racconta dell’incontro con Giuseppe Graviano al bar Doney di via Veneto, facendo i nomi di Dell’Utri e Berlusconi come soggetti da cui si era «ottenuto tutto». Il 6 ottobre di quell’anno i pm della Dda di Palermo lo incalzano: «Non è che scopriamo fra qualche mese che c’era qualche altra cosa?». E poi: «Perché queste cose ce le ha riferite con tanto ritardo?». A Caltanissetta, nel novembre 2008, Spatuzza aveva risposto con un no alle ripetute domande degli inquirenti su «collegamenti dei Graviano con personaggi della politica». Anche dopo i sei mesi aveva escluso coinvolgimenti di politici nelle stragi. Poi, ad ottobre 2009, spiega di aver mantenuto il silenzio perché prima voleva entrare nel programma di protezione. «Perciò ho omessato qualche parte». «Aveva paura», dice oggi il suo legale.