Spatuzza sbaglia anche senatore Il «compaesano» è l’ex dc Inzerillo

nostro inviato a Palermo

Troppe cose non tornano nella confessione a rate del pentito Spatuzza che soltanto dopo un anno di «collaborazione» ricorda che il boss Giuseppe Graviano gli disse che i mandanti delle stragi del ’93 erano Berlusconi e Dell’Utri. Fra le minchiate esternate in aula dal killer, detto ’u tignusu, vi è quella sui referenti politici: nessun pentito di mafia, ben più blasonato, prima d’ora aveva osato ipotizzare un link diretto fra i Graviano e Berlusconi. E nemmeno fra gli stessi fratelli di Brancaccio e il «compaesano senatore» Marcello Dell’Utri, che a i tempi delle bombe del ’93 e dell’arresto dei Graviano (gennaio ’94) non era senatore e nemmeno deputato. L’unico presunto contatto diretto fra i Graviano e un «compaesano senatore», di cui vi è traccia documentale in procedimenti penali e vari interrogatori, riguarda Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc, eletto nel ’92 con 40mila preferenze, vicino alla corrente di Mannino, quindi assessore nella giunta di Leoluca Orlando: attualmente è imputato per mafia in un nuovo processo d’appello dopo l’iniziale condanna a 8 anni e l’assoluzione in secondo grado annullata dalla Cassazione.
Inzerillo è stato indagato dai pm fiorentini anche per l’inchiesta sulle stragi del ’93 a Firenze, salvo poi uscirne con ampia archiviazione. Di questo politico siciliano parla in modo circospetto anche Spatuzza che non potendo smentire altri pentiti, lo colloca in rapporti con Graviano, ma solo fino al 1991. Poi, di senatore in senatore, il pentito passa ad accusare il socialista Giacomo Affatigato (che essendo morto non può smentirlo) e quindi Dell’Utri (che per otto interrogatori ha giurato di non conoscere).
A Inzerillo, invece, ci si arriva indirettamente «leggendo» le parole del superboss Giuseppe Graviano che il 28 luglio 2009, ai pm fiorentini Crimi e Nicolosi, dice di lasciare perdere Spatuzza, che non può sapere nulla perché nulla contava nella scala gerarchica di Cosa nostra. Vuole essere messo finalmente a confronto con il superboss pentito Vincenzo Sinacori, pezzo da novanta di Cosa nostra, vicino al boss Matteo Messina Denaro, fra i pochissimi a partecipare alle riunioni ristrette della «Commissione» che deliberò sulle stragi. Lui sì che sa, altro che Spatuzza. «Io ho studiato i processi come voi – dice Graviano al pm Nicolosi - e da quello che mi insegnate voi, come spessore mettete più potente Sinacori o Spatuzza? Per lei può sapere qualcosa di più Sinacori o Spatuzza? Mi dica lei...». Il pm: «Sinacori era capo mandamento, certo, però Spatuzza era un uomo suo, Graviano!». Il boss esplode: «Un uomo mio? Ma faceva l’imbianchino! Può dire quello che vuole, può colorare, faceva il pittore», e quindi di cose importanti «non poteva sapere». Graviano si dice disponibile a confrontarsi con chiunque ma non vuole perdere tempo con le mezze tacche alla Spatuzza. È disposto a parlare con gente del suo stesso livello. Prima di abbassarsi all’imbianchino di Brancaccio, Giuseppe Graviano vuole fare i conti con chi dice lui «per fare uscire la verità, perché anche a me è stata raccontata qualche cosa in carcere (...). Io sono disposto a fare confronti con chiunque, ma in particolare con quelli che dico io che per me sanno la verità, a cominciare da Sinacori (...). Lui sa qualcosa in più».
Niente da fare. A confronto i magistrati non ce lo mettono. Eppure Sinacori, qua e là, ha già detto cose sul periodo delle stragi che assumono oggi contorni decisamente interessanti. In un verbale fa riferimento alle confidenze di Matteo Messina Denaro a proposito «del senatore Inzerillo che è nelle mani di Graviano». Il 19 giugno 1998, ascoltato a Firenze dai pm Grasso e Nicolosi, racconta le riunioni della Cupola che s’era spaccata in due sull’offensiva stragista. A precisa domanda, nega di sapere se vi fossero referenti politici fra gli ispiratori della campagna sanguinaria in Continente. Il procuratore Grasso interviene: «Ma quali potevano essere le persone, gli uomini che Riina prima, e Bagarella poi, Graviano e Messina Denaro potevano fare da collegamento, da cinghia di trasmissione, con queste persone esterne o della politica, o di altri campi, o professionisti?». Sinacori è categorico: «Per quanto riguarda Graviano, c’era quello là, è stato Inzerillo che poteva essere un tramite, perché proprio lui, in un incontro, venne a dirci che con le stragi non si concludeva niente». E poi? E Messina Denaro? «Se ne aveva, a me non ne ha mai parlato». Quanto alla fine dei rapporti coi democristiani Lima e Salvo «già a settembre ’91 avevamo deciso di farli fuori (...). Sapevo solo che Inzerillo era agganciato a Giuseppe Graviano». E di Berlusconi? «Non so niente». Quanto agli eventuali contatti politici, Sinacori suggerisce: «Chiedete a Giovanni Brusca poiché anche lui è un collaboratore» e forse sa qualcosa di più. Brusca ha parlato di Graviano e di Inzerillo ma al processo di Caltanissetta sui mandanti esterni il pentito ha negato con forza di essere a conoscenza dei rapporti fra Cosa nostra e altri politici, a parte un vago riferimento che gli fece Riina su alcuni avvocati che volevano portarlo da Umberto Bossi. Brusca ha detto di non sapere nulla nemmeno degli interessi dei Graviano al Nord e quanto a Silvio Berlusconi, ammette, Cosa nostra provò ad agganciarlo «tra la fine del ’93 e l’inizio del ’94» attraverso Vittorio Mangano «che avevamo letto dai giornali lavorava ad Arcore». E qui non ci siamo con i tempi dettati da Spatuzza: come faceva Berlusconi a ispirare le stragi del ’93 (14 maggio via Fauro a Roma, 27 maggio via dei Georgofili, 27 luglio, via Palestro a Milano, 28 luglio, San Giovanni e San Giorgio al Velabro a Roma) se Cosa nostra prova a contattarlo attraverso Mangano solo a fine anno? E se il contatto col boss di Brancaccio avviene tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94, come fa Berlusconi a mettersi d’accordo con Graviano che finisce in manette proprio a gennaio del 1994?
Torniamo dunque a Vincenzo Inzerillo, l’unico «senatore» che dalle carte processuali di Firenze (vedi i verbali redatti dai pm Fleury, Nicolosi e Crimi) e Palermo, viene indicato da più fonti come l’unico politico in qualche modo in contatto con i Graviano. All’ex esponente Dc si son potute solo addebitare responsabilità «morali» poiché si sarebbe adoperato per convincere i fratelli di Brancaccio a desistere dai loro programmi criminali, senza denunciarli. Di Inzerillo (che si è sempre dichiarato innocente) hanno parlato numerosi altri pentiti. Come Angelo Siino, Salvatore Cancemi («Graviano aveva Inzerillo nelle mani»), Gioacchino Pennino («il senatore è un uomo d’onore della famiglia di Brancaccio») e Giovanni Drago che giura d’aver appreso da Graviano che quand’era assessore comunale, Inzerillo autorizzò la costruzione di alcuni palazzi in cambio di mazzette. Ma non tutto è così chiaro e lineare: quando Sinacori parla di un summit di capimafia a cui avrebbe partecipato anche Inzerillo, poi s’è scoperto che uno dei partecipanti citati, il boss Gioacchino Calabrò, in quel momento era in carcere. Per i giudici si trattò di un dettaglio irrilevante.