Spavaldo per sedici mesi Tradito dalle telefonate

All’ingresso del carcere: «Sono innocente, i miei figli sono vivi, tra due giorni sono fuori» In paese: «Alzava le mani»

da Gravina (Bari)

Quando lo hanno portato negli uffici della squadra mobile, al quinto piano della questura di Bari, non ha battuto ciglio: «Sono innocente, tanto tra due giorni esco», ha mormorato agli agenti poco dopo l’arresto Filippo Pappalardi, 41 anni, camionista, il padre-padrone accusato di aver ucciso i figli in una folle e tragica punizione, l’ex pastore che conosce ogni angolo delle campagne di Gravina in Puglia, nella Murgia barese dove per mesi centinaia di carabinieri, poliziotti, militari della Guardia di finanza, vigili del fuoco, speleologi e agenti del Corpo forestale hanno perlustrato grotte e cunicoli alla ricerca di Ciccio e Tore.
Nelle prime fasi di questo tragico giallo anche Pappalardi, che solo un mese prima della scomparsa aveva ottenuto dal tribunale per i minorenni di Bari l’affidamento dei figli dopo la separazione, partecipò alle ricerche: faceva la spola tra casa e commissariato, lanciava appelli insieme alla nuova compagna, Maria Ricupero, mostrava alle telecamere la stanzetta dei figli coi peluche, insomma proponeva l’immagine di una famiglia unita e felice puntando piuttosto l’indice contro l’ex moglie, Rosa Carlucci. Eppure, quando i figli erano spariti da appena 24 ore il padre andò regolarmente al lavoro e non fece neanche una telefonata per avere notizie.
Pappalardi è stato arrestato nella notte. Cinque ore più tardi gli agenti lo hanno condotto in carcere. In serata ha respinto nuovamente le accuse dinanzi al gip, Giuseppe De Benedictis. Il padre dei fratellini è stato ascoltato diverse volte nel corso delle indagini: non ha mai dato segni di cedimento, spavaldo anche dopo un interrogatorio di tredici ore sostenuto a maggio. Nel frattempo la polizia continuava a mettere insieme i tasselli del mosaico, uno scenario da cui è emersa la personalità di Pappalardi, che il gip descrive come un uomo che «ha sempre fatto uso della violenza per affermare le proprie ragioni»: come quando colpì con una sbarra di ferro e mandò in ospedale un agente immobiliare che aveva stipulato un contratto preliminare di acquisto di un immobile della ex moglie o come quando scaraventò contro il muro Ciccio solo perché gli aveva chiesto un cacciavite per aggiustare il monopattino e lo aveva disturbato. «Tutti sappiamo che era uno che alzava le mani», dicono in paese.
In casa era il padre-padrone: dettava legge, la legge del terrore. «Era consapevole – scrive il gip – del timore esercitato sui figli a causa della sua spropositata irruenza». Ecco perché – sempre secondo il magistrato – il 7 giugno 2006, quando rivolse un appello in tivù, precisò: “Tornate a casa, non vi faccio niente”».
In un primo momento dall’inchiesta sembrava emergere la storia di una faida familiare: la tragedia di due figli contesi, lo scontro tra padre e madre. E proprio lei, Rosa Carlucci, finì al centro dei sospetti: l’ipotesi di un suo coinvolgimento si rivelò però infondata. La squadra mobile imboccò allora la pista romena, ma secondo gli investigatori si trattava di un depistaggio orchestrato proprio dal padre. «Pappalardi – scrive il gip – ha ormai preso coscienza del fallimento di tutti i suoi tentativi di sviare le indagini dalla sua persona»: ecco perché il magistrato ritiene che possa decidere di fuggire all’estero, forse nell’Est europeo. «Nessun dubbio poi – si legge nell’ordinanza - che sussista a carico del Pappalardi anche il pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie di quelli per cui si procede o, comunque, connotati dall’uso della violenza». E intanto, mentre il padre di Ciccio e Tore continua a proclamarsi innocente, in paese c’è chi dice: «Ce lo aspettavamo».