Spaventa: al posto della Quercia non avrei difeso la scalata Unipol

L’ex presidente della Consob: Tremonti su Bankitalia si è mosso con determinazione

Luca Telese

da Roma

Luigi Spaventa, ministro del governo Ciampi, ex presidente della Consob, uno che non ama dissertare di fantasiosi scenari politico-economici e retroscena giornalistici ma abituato a procedere con piedi di piombo, sorride: «Premetto: a me Dan Brown non piace, e in questi giorni sui giornali si sono letti molti romanzi. Un tempo si poteva sempre dire che era colpa della Cia. Ora è più difficile....». Ma detto questo, il professore aggiunge: «Per capire che qualcosa non andava non c’era bisogno di inchieste. Esistono atti censurabili a prescindere dalla loro legalità o legittimità. E io, in questa storia di atti censurabili ne ho visti parecchi».
Professor Spaventa, lei e Franco Bassanini avete scritto sulla riforma di Bankitalia, le dimissioni di Fazio favoriranno il processo?
«È un epilogo tardivo, non poteva essercene altro. Sarebbe stato molto meglio arrivarci prima».
L’immagine della Banca d’Italia all’estero come è?
«Danneggiata, e non poco».
Quale era l’aspetto più censurabile del caso Fazio, anche prima dell’intervento dei magistrati?
«Erano chiari da subito dei contatti, come dire? Non appropriati fra vigilanti e vigilati».
E che cosa si aspetta di capire, di più, dall’inchiesta?
«Come sia stato possibile, che in questa rete di relazioni bancarie si dessero affidamenti così ampi senza coperture reali».
Fino ad agosto tutto tollerato?
«Allora con il collega Giavazzi sul Financial Times, e altri economisti dicemmo: Fazio non può restare. Il premier avrebbe potuto manifestare formalmente la sua sfiducia».
E Tremonti, che non è certo un suo amico?
«Si è mosso con determinazione, come del resto Siniscalco. Credo abbia fatto tutto quel che poteva, sia nel primo mandato, che nella sua... reincarnazione».
In che stato era la Popolare di Lodi?
«Emmenthal».
Prego?
«La sa la differenza con il groviera, no? L’Emmenthal è pieno di buchi, come del resto questa storia».
E nessuno ne è accorto?
«Le ispezioni erano state tante, come era inevitabile, di fronte all’acquisizione di una molteplicità di banche. Diciamo che le occasioni non sono mancate».
Quando era alla Consob lei è intervenuto sulla legittimità di operazioni borsistiche degli «uomini nuovi» della finanza.
«Non è un mistero: abbiamo anche presentato denuncia per falso in bilancio della Banca di Lodi. Le sto dando una notizia».
Che fine fece quando lei lasciò?
«Ah-ahh... Che sia stata archiviata?».
Sbaglio o colgo una nota di ironia?
«Non colga, si limiti a riportare».
Con lei gli uomini nuovi non hanno avuto vita facile....
«Stiamo ai fatti, che sono questi: con me il dottor Gnutti ha avuto una condanna per insider trading. E un’altra denuncia, sempre per insider trading, attualmente al vaglio della magistratura, per le obbligazioni dell’Unipol».
Finito il suo mandato, lei ha lanciato gli altri allarmi...
«In tempi non sospetti, su La Repubblica misi in guardia sui cosiddetti uomini nuovi della finanza».
E che reazioni ebbe?
«Nessuna reazione».
E a sinistra?
«Nessuna reazione».
Conosceva, i «furbetti»?
«Detesto le definizioni stereotipate, furbetti è parola stantìa. Ho conosciuto Fiorani, a un pranzo».
Che impressione le fece?
«Un tipo... svelto, diciamo. Tutta gente svelta, questi signori».
«Svelto» può essere sia un complimento che un insulto, lo sa?
«Eh, eh, eh... faccia lei».
Cosa scrisse, professore?
«Che un filo che univa diverse città: Lodi-Roma-Bologna-Brescia. Tutti sapevano».
E la polemica sulla legittimità della scalata dell’Unipol?
«È mal posta. Il problema non è se le cooperative possano o meno scalare una banca, ma se avessero i requisiti finanziari per farlo».
E non li avevano?
«Non lo so. Non ho i bilanci».
E i quattro milioni di crediti?
«Appare davvero singolare che si possano ottenere fidi così importanti, senza garanzie reali, per fare operazioni in Borsa».
Ma D’Alema, Fassino e gli altri dirigenti dei Ds hanno fatto bene a difendere l’operato dell’Unipol?
«Le motivazioni per cui l’hanno fatto, sono affari strettamente politici in cui non entro».
Le chiedo se lei lo avrebbe fatto.
«Diciamo... che io non mi sarei impegnato in una siffatta difesa».
Come riformare Bankitalia?
«Riformando il testo unico per evitare discrezionalità. Introducendo il termine di mandato del governatore...».
Così si riducono l’autonomia e l’autorità di Bankitalia, dicono.
«Secondo lei ora a che livello sono? Indebolirle è un’impresa ardua: siamo il solo Paese senza limiti di mandato, a parte la Danimarca, che ha un limite di anzianità di 70 anni. Nelle condizioni di Fazio c’è solo il Papa».
La nomina diventa appannaggio dell’esecutivo e del capo dello Stato...
«Sì, ma con un parere vincolante del Parlamento, che per me sarebbe stato opportuno».
Alla fine la finanza ««vecchia» è meglio di quella «nuova»?
«Non vorrei generalizzare. Sicuramente era meglio di... questa».