«Per spaventare o far ridere il trucco è sempre lo stesso»

Intervista con il regista del «Cartaio» che sta scrivendo sei episodi dedicati ad Alfred Hitchcock

Massimo Bertarelli

Caro Dario Argento, ha visto qualche film di Venezia?
«No. Non sapevo neanche che fossero già usciti».
Neanche quest’anno è stato invitato alla Mostra...
«Però in passato è capitato. Due o tre anni fa, non ricordo se per Il cartaio o Il fantasma dell’opera».
In concorso mai...
«Mai».
Sono i suoi film a non essere da festival o i gialli in genere?
«Non saprei. Però tempo fa a Cannes il nuovo direttore del festival disse che era uno scandalo che non fossi mai stato invitato. Comunque non sono proprio uno sconosciuto ai grandi festival: un paio di anni fa sono stato in giuria a Berlino».
Prima o poi andrà in gara a Venezia o è un discorso chiuso?
«Chissà. Adesso che i selezionatori sono un po’ meno imparruccati...».
Anche la critica è fatta in gran parte di parrucconi, poco teneri con lei...
«È vero per il passato e solo per l’Italia, la considero una forma di snobismo, un po’ provinciale. In Francia e in America mi hanno sempre apprezzato. Ora però vedo che qualcosa sta cambiando con i giovani critici».
Ma la critica ce l’ha proprio con lei o con i gialli in genere?
«Escludo il fatto personale. Quando debuttai tutti mi dicevano che io, critico cinematografico, ero pazzo a esordire con un film giallo».
Secondo lei il pubblico si lascia condizionare molto dalle recensioni?
«Pochissimo. Anzi è come se non esistessero. Ormai la gente per andare al cinema si basa sui trailer e sulla pubblicità. So che un famoso critico del più importante giornale italiano si lamenta perché gli danno sempre meno spazio».
Preferisce che le dicano: che bel film hai fatto o come mi sono spaventato?
«Le due cose sono legate. Se a uno piace un mio film è anche perché qualche brivido l’ha provato».
Ogni volta che la citano, tirano in ballo Hitchcock. Avete qualcosa in comune?
«Tutti abbiamo preso da Hitchcock. Ha inventato certi tempi, certi movimenti di macchina, che ormai abbiamo adottato. Se fai della suspense passi sempre sul corpo di Hitchcock».
Ecco, per lei cos’è la suspense?
«Lo dice la parola: è una sospensione del tempo. È il meccanismo che sospende gli attimi, facendo fremere chi guarda in attesa che succeda qualcosa. Ma tutto deve avvenire in fretta, la velocità è indispensabile».
Il suo film che fa più paura?
«Suspiria e Opera».
E il film più terrificante della storia?
«La notte dei morti viventi di Romero e La cosa di Carpenter».
Lei è mai saltato sulla poltrona del cinema per lo spavento?
«Quando ero piccolo. Una volta ero in vacanza, in un cinema all’aperto. C’era Il fantasma dell’opera, quello a colori con Claude Rains. Che fifa. Poi l’ho rivisto di recente e non ho provato alcun brivido».
Più facile spaventare, far ridere o far piangere?
«Per far ridere o spaventare il meccanismo è lo stesso. Se vedi uno che cammina e all’improvviso scivola, scoppi a ridere; se invece uno cammina e lo pugnalano, ecco che rabbrividisci. Per far piangere occorre più tempo. Bisogna raccontare un’intera vicenda, solo se ti affezioni ai personaggi puoi commuoverti».
Il film del cuore, tra i suoi?
«Non ne ho».
Il film dei film?
«Un giornale americano mi ha chiesto i cinque film più belli della storia del cinema. Non ho saputo rispondere. Io amo tutti i film. C’è sempre qualcosa che mi colpisce, un attore, un’ambientazione, un movimento particolare della macchina, non mi addormento mai. Non è buonismo, è passione per il cinema».
Quindi non è mai uscito da una sala prima che della fine?
«Mi è capitato, ma solo perché era tardi e avevo sonno. In tv invece cambio spesso canale se provo subito qualche emozione».
Non esiste un genere che non le piace, fantascienza, western...
«No, ci sono dei bellissimi western e degli splendidi film di fantascienza. Conta la qualità, non il genere».
È vero che lei bara?
«In che senso?»
Già nella prima scena del suo primo film, L’uccello dalle piume di cristallo, lo spettatore crede di vedere un uomo che accoltella una donna, invece è una donna che accoltella un uomo...
«Ma è tutto voluto, per dimostrare l’illusorietà delle convinzioni. Lo spettatore vede un uomo vestito di nero che stringe un coltello e una donna bellissima con l’abito bianco che cerca di difendersi. Quindi crede di vedere quello che ha già in mente».
Quando un giallo è brutto?
«Quando non mantiene quel che promette, se ha una violenza troppo facile e manca di creatività».
Spesso il finale si affloscia...
«E no, il finale deve essere in crescendo, come in qualsiasi buon romanzo».
Com’è Dario Argento sul set: pignolo o pressappochista?
«Molto pignolo. Ho sempre chiarissimo in testa il film che voglio fare. Lo scrivo per due o tre settimane, inquadratura per inquadratura. Poi posso modificare qualcosa, più che altro nel dialogo, a seconda del luogo o della personalità degli attori».
Ha mai lavorato con attori rompiscatole?
«Un grande attore americano, non dico chi, che beveva molto. E poi mi ricordo i bisticci con Tony Musante, il protagonista dell’Uccello dalle piume di cristallo. Non si fidava di un regista debuttante, voleva sapere tutto nei minimi particolari. Per me era diventato un incubo andare sul set».
Il suo prossimo film concluderà la trilogia infernale, titolo e data d’uscita...
«Il titolo c’è da sempre: La terza madre. Per i tempi è presto. Non ho ancora deciso dove girarlo. L’unica cosa certa è che sarà in Italia».
C’è un film che non riesce a fare, come il Mastorna di Fellini?
«Sì, c’è un film che scrissi per Dino De Laurentiis a Los Angeles. La sceneggiatura non gli piacque e lasciai perdere. Dopo anni, più di venti, mi è venuta la voglia di tornarci. Ma lui la sua copia non ce l’ha più e io non trovo la mia».
In compenso ha qualche film pronto?
«Jennifer, il secondo di una serie di tredici che uscirà presto in America, al cinema e in dvd. Chi l’ha visto è rimasto impressionato. Il primo è di Landis, il terzo Carpenter, poi ce n’è uno di Romero e un altro di Cronenberg. Tutti amici, anzi parenti. Una fratellanza internazionale».
E quel progetto per la tv, intitolato, guarda caso, Ti piace Hitchcock?
«È molto più di un progetto. Sono sei episodi, ciascuno a se stante. Ne ho già scritti cinque. Ma io ne dirigerò solo uno. Gli altri li affiderò a cinque registi giovani e in gamba».
Hitchcock si innamorava sempre delle sue attrici, da Grace Kelly a Kim Novak, a lei è mai capitato?
«No, mai. Per me un attore è un pupazzo, sta lì a recitare. Comprese le attrici. E ne ho avute di bellissime».