Lo spazzacamino è diventato Matrix E ora lucida i camini con il computer

Per colpa del riscaldamento autonomo camini da pulire non ce ne sono più. Così si sono adeguati: sostituendo sondini e computer agli scovolini. Si sono radunati in Val Vigezzo e vogliono andare lontano. Per la loro fumosa tre giorni sono arrivati in 700 da 14 Paesi

Santa Maria Maggiore - Mancava solo Bert, all'appello. Sì, Bert, quello di Cam, caminì, impegnato, forse, a volteggiare sopra qualche tetto, in compagnia di quella strampalata della sua amica Mary Poppins. Per il resto c'erano tutti: Greta da Hedemora, Svezia, una chioma bionda che abbaglia sulla tuta nera che più nera non si può. E Peter, il gallese, sempre coperto di fuliggine. E Otto, da Feldchirch, Austria, in verità un po' più inciccionito (come farà adesso a passare dalla canna fumaria?). Vecchie conoscenze accanto alle new entry di quest'anno, le delegazioni della Romania, degli States e della Repubblica Ceca. Settecento spazzacamini provenienti da 14 Paesi, tre giorni di sfilate in Val Vigezzo con gli storici arnesi d'ordinanza, una Messa collettiva, ma anche di liturgie, rigorosamente laiche, tipo l'intrecciarsi di gran boccali di birra fino all'alba. Hanno deposto i fiori al monumento del «piccolo, umile spazzacamino» a Malesco. E si sono raccolti in preghiera per ricordare il sacrificio di quel bimbetto di dieci anni, Faustino Capini, che era partito da Re, cioè qualche camino più avanti di Santa Maria Maggiore, per un po' di puliture a Milano. Ma uscendo da un comignolo toccò un filo dell'alta tensione e rimase fulminato. Era il 1927. Fino ad allora erano soprattutto i bambini che venivano costretti dai loro «padroni» a infilarsi nella cappa con la raspetta e il riccio.

«Erano i padroni - spiega Lorenzo 86 anni, cinque generazioni di spazzacamini nella Valle - i veri sporchi e cattivi di quel tempo: venivano a prelevare i bimbi in questi paesi perché qui una bocca in più da sfamare era un problema, se li portavano a Milano, a Torino persino all'estero facendo infilare quegli scriccioli nelle cappe, costringendoli a vivere di stenti con una pagnotta è un po' di latte, perché non ingrassassero. Adesso non ci sono quasi più camini da pulire per colpa o merito del riscaldamento autonomo, così ci siamo adeguati e siamo diventati tecnologici. Guardi in questa borsa: ci sono micro telecamere, sondino e computer per misurare il tiraggio, altro che riccio e scovolino». Resta il fatto che dopo la fine grama di Faustino, cominciò una campagna pressante, ispirata da Papa Pio XI, perché l'età di questi strani lavoratori del buio e del fumo venisse drasticamente alzata e qualcuno si occupasse di dar loro un avvenire, togliendoli dalla strada e dallo sfruttamento. Ricorda questi e tanti altri dettagli, rannicchiata accanto a me nella cappellina di Craveggia, per proteggersi dalla pioggia, Anita Hofer, «la mamma di tutti gli spazzacamini». Anima e motore di questa gigantesca adunata, giunta all'edizione numero 27, avvolta nel frusciante costume in seta che le donne della Val Vigezzo indossano nelle grandi occasioni, la signora Hofer, in verità, non è mai entrata in un comignolo in vita sua. Però diciamo che ha un rapporto confidenziale con la legna che arde sul fuoco visto che gestisce una pizzeria a Santa Maria Maggiore. Anita si è innamorata di questo bizzarro mondo a fosche tinte, quando, tredici anni fa, venne chiamata a far da interprete all'armata tedesca dei kaminfenger sempre numerosissimi al raduno (stavolta sono arrivati in 170). «Gli spazzacamini del mondo qui hanno le loro radici perché tutti hanno un amico, un antenato che è passato da questa Valle o vi è nato. Pensi che già nel Cinquecento la Valle Vigezzo sulle cartine geografiche era indicata semplicemente con il nome di Kaemifegertal, Valle degli spazzacamini». Sotto i suoi occhi sfila il gran corteo degli uomini e delle donne nere (sorprendentemente carine, da sposare al buio): gli scandinavi con in testa il cilindro, i francesi con il bonnet rosso, e i più nostalgici con la caparüza, quel berrettino privo delle aperture per gli occhi, che indossavano i rüsca, i bimbetti delle fiabe tristi. Meno male che qui sono allegri e lanciano sorrisi, baci, caramelle e monetine agli spettatori grandi e piccoli. Perché come canta Bert: «...la sorte è con voi se la mano vi do...».