«Una speculazione sotto gli occhi di tutti»

Se le Borse europee hanno smaltito in fretta l’«effetto Dubai» è altrettanto innegabile che la ferita all’immagine del piccolo Emirato non si rimarginerà molto presto. La moratoria sul debito annunciata dalla holding pubblica sembra un’altra appendice della crisi immobiliare che ha investito gran parte delle economie mondiali. Per Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico - alle spalle numerose missioni negli Emirati con le imprese italiane - il problema forse c’era già.
Onorevole Urso, com’è possibile che i grandi immobiliaristi di Dubai fossero ancora gli unici a costruire grattacieli senza essere sfiorati dalla grande crisi?
«Sì, si sapeva da tempo che Dubai avrebbe avuto conseguenze dalla crisi immobiliare, proprio perché laggiù si era manifestato il più grande boom immobiliare degli ultimi anni con una catena di speculazioni sotto gli occhi di tutti. Gli immobili venivano continuamente rivenduti perché il loro valore si moltiplicasse di settimana in settimana, a prescindere dal valore effettivo. Si sperava che Abu Dhabi, l’Emirato fratello più ricco con i maggiori giacimenti petroliferi, intervenisse in tempo».
Luisa Todini, numero uno della Todini, ammette che la sua azienda è esposta per diversi milioni. Così come Salini e Impregilo.
«Alcuni pensano che l’annuncio della moratoria del debito, fatto a poche ore dalla festa religiosa americana del Ringraziamento, sia stato fatto proprio per costringere il riluttante fratello Abu Dhabi a intervenire con le sue immense riserve finanziarie, che peraltro in questa fase possono godere di un barile a 70 dollari e oltre. Le imprese italiane sono presenti non solo nei settori dell’ingegneria e delle infrastrutture, ma anche nella meccanica e nelle filiere d’eccellenza del made in Italy. Soprattutto perché Dubai era considerata la patria del lusso, la vetrina commerciale più ricca nel mercato più ricco, capace di attrarre compratori da un’area molto più vasta di oltre un miliardo di persone: dalla sponda occidentale dell’India al grande Golfo. Per questo ritengo che il “fratello grande” metterà in campo le proprie risorse per tamponare la falla e consentire ai nostri grandi gruppi di completare le opere in corso in tranquillità».
Ma di che cosa realmente si è trattato: un semplice campanello d’allarme? Una coda velenosa della grande crisi?
«Di tutto un po’. Ma questo serva da lezione a tutti, anche a chi chiede di allentare i cordoni della borsa. La recessione è superata, ma ci sono molti focolai di crisi nel mondo e bisogna stare molto attenti a mantenere salda la rotta: solo l’economia reale e l’utilizzo accorto delle risorse può consentirci di tornare gradualmente sulla strada dello sviluppo».