SPEDIZIONE NELLA NEBBIA

Abbiamo deciso? Qualcun altro ha deciso per noi? O hanno deciso le circostanze? Dovrebbe essere il momento delle risposte e non quello delle domande. Dopo tanta confusione gli europei sembrano essersi finalmente messi d’accordo: partiremo per il Libano. Non si sa in quanti (Annan dice 15mila, a Chirac sembrano troppi), si sa press’a poco quando, non è certo dove, si discute ancora sul perché. E soprattutto sui fini di questa operazione, la più impegnativa che l’Europa unita abbia mai intrapreso, sotto la bandiera dell’Onu, ma in un rapporto di forze interne tale che una volta tanto possiamo dire che l’Onu siamo noi. Potrebbe essere un bel progresso dopo che in una terra a noi molto più prossima e in cui avevamo obblighi più diretti, la Jugoslavia, non riuscimmo a metterci d’accordo su nulla se non nel chiamare l’America e pregarla di decidere e far tutto per noi.
Nel Libano, almeno ufficialmente, non ci manda nessuno. Ma siamo sponsorizzati da troppi. La Francia, cui spetta la responsabilità politica dell’iniziativa e su cui incombono degli storici doveri nei confronti del Libano, ha danzato un’hesitation: ha preso l’iniziativa, ha assunto il comando, è parsa di colpo volersi sganciare, ha cambiato idea un’altra volta e ha assunto il comando militare, in attesa di passarlo all’Italia l’anno prossimo. Paesi che volevano partecipare hanno cambiato idea o sono stati dissuasi. La «forza» sarà europea e gli altri saranno ospiti. Non suona male, se ci si limita a leggere i titoli. Il testo rende più inquieti.
Chirac ha insistito che voleva «chiare regole d’ingaggio», e alla fine pare si sia accontentato di quelle che gli hanno dato. Prodi, si suppone, avrà chiesto qualcosa di analogo, magari con voce un po’ più flebile, dopo essere stato sul punto di caricarsi sulle spalle l’intera spedizione e di farne un’impresa quasi esclusivamente italiana. Dovremmo avere, come europei e come mediterranei, una vasta esperienza e idee chiare. Queste ultime non risultano: mentre sembra abbastanza chiaro che rapporti dovremo avere con il governo libanese (di cordialità e stretta cooperazione), con gli israeliani dovremo limitarci a quell’«accordo di ferro» cui ha accennato il nostro premier ma che è basato soprattutto su una promessa: smetteranno di sparare quando arriviamo noi. Tranne che per difendersi, naturalmente, e qui si torna in alto mare, perché questo verbo ha significati diversi a seconda di chi lo pronuncia. Per gli israeliani significa anche prevenire, per gli hezbollah continuare a ricevere missili dall’Iran, per il governo libanese, essere difeso da noi. Che però non abbiamo non dico «licenza di uccidere», ma neanche di disarmare. Dalle affannose consultazioni di questa settimana è infatti emerso che quel compito lì nei confronti degli hezbollah non ce lo siamo preso. E abbiamo fatto bene, perché non risultava affatto chiaro come avremmo potuto mantenerlo. I «guerrieri di Dio», fra l’altro, nel Libano sono anche un partito, e come tale fanno parte del governo e solo dal governo con gli hezbollah potremmo ricevere il permesso di disarmare gli hezbollah. Potremmo in teoria prendere una scorciatoia e cercar di bloccare le strade da cui i missili entrano nel Libano, il confine con la Siria, che però non vuole.
Abbiamo fatto poco finora? Cerchiamo adesso di fare troppo? I conoscitori, i generali, parlano da secoli della «grande nebbia della guerra». Noi ci muoviamo nella nebbia prima ancora di partire.