Prima spense i Lumi poi accese l’amore

Talvolta chi appare retrogrado, anticipa invece l’avvenire. È il caso del Nostro. Fiorì nel Secolo dei Lumi, ma rifiutò di sottomettersi alla sbornia razionalistica. Anche le nuove forme dell’arte gli erano sgradite. Non faceva per lui il troppo realismo nel teatro che, come in Goldoni, si impantanava nel verismo volgare delle donnette chioggiotte baruffanti e pettegole. A queste miserie, il Nostro contrapponeva l’incanto delle antiche favole. Mise così in scena fate, principesse e filtri d’amore. Pareva un passatista testardo che volesse dispettosamente forzare i gusti correnti. Fece invece vibrare una corda latente dei contemporanei. Fu soprattutto amato in Germania, dove le sue atmosfere magiche trovarono terreno fertile in cui attecchire.
Così al Nostro, che aveva voltato le spalle all’Illuminismo in nome della tradizione, toccò in sorte di essere il precursore europeo del Romanticismo di là da venire. Madame de Staël, che del nuovo movimento formulò il manifesto, disse di lui ormai defunto: «Si lasciò andare al genio italiano e scrisse con la più pazza delle fantasie, trascinando gli spettatori oltre i confini del reale e del vero». Addirittura, quando era ancora in vita, fu Giuseppe Baretti, il criticone principe della nostra letteratura, a fargli la lode più sperticata: «È, dopo Shakespeare, l’uomo più straordinario che mai siasi visto in alcun secolo».
Questo paradosso della Storia, era il sesto degli undici rampolli del conte dalmata Jacopo Antonio e della nobildonna veneziana Angela Tiepolo. «Un ospedale di poeti» come il Nostro definì la famiglia nelle Memorie inutili, pirotecnico gioiello di memorialistica settecentesca. Il padre era invalido e nessuno del casato aveva sufficiente spirito pratico per affrontare le difficoltà quotidiane. Il fratello maggiore poetava con la testa tra le nuvole, la madre era una frivola nevrotica che amava il lusso, le sorelle sposate puntavano famelicamente solo a incamerare le doti promesse. Il Nostro poi era troppo giovane e sventato per pensare al patrimonio. L’amministrazione passò così alla moglie del primogenito, poetessa pure lei e totalmente inidonea al compito. Infatti, la sua soluzione per tirare avanti fu vendere a spizzichi ciò che restava.
Il ragazzo capì che questo sbocconcellamento preludeva alla fine del peculio, ma con l’incoscienza dei vent’anni preferì pensare a se stesso. Raccomandato da uno zio senatore, lasciò Venezia per trascorrere tre anni in Dalmazia come «venturiere», ossia soldato di ventura. In realtà, finì in una normale milizia veneziana e non impugnò mai un’arma. La Repubblica infatti era ormai agli sgoccioli e imbelle. In tarda età, il Nostro assisterà alla sua fine rassegnato e senza fare una piega, come la massa dei concittadini.
Rientrato a Venezia, il giovanotto trovò chiusa la casa paterna, mentre la famiglia si era trasferita in un possedimento del Friuli. Si fece comunque aprire e vide che non c’erano più né mobili, né quadri. Tutto era stato venduto, salvo due ritratti di antenati, uno di Tiziano, l’altro di Tintoretto, che pendevano malinconici dalle pareti. In Friuli, trovò una situazione simile. Le case coloniche erano state scardinate per ricavare qualche spicciolo dalla vendita del materiale. Nonostante questo, genitori, fratelli e cognati continuavano chi a scrivere poesie, chi a filosofare, chi a darsi alla bella vita. Il Nostro pretese una piccola somma, assai meno di quanto gli spettasse, e sbatté l’uscio. Fuggì «lontano da quella gabbia di matti» - come scrisse - e si sistemò a Venezia in una minuscola casa in Calle Santa Caterina. Qui, facendo di necessità virtù, sbarcò il lunario con la letteratura per la quale cominciava a sentire una prepotente vocazione.
A metterlo in evidenza, di lì a poco, fu la polemica che intrecciò con Goldoni di cui criticava il verismo plebeo delle commedie in dialetto veneziano. A dargli il successo, furono invece le «fiabe sceniche» che rappresentò nei teatri cittadini in concorrenza con il rivale. Raggiunse poi fama europea con la storia della crudele principessa «chinese» che, odiatrice degli uomini e delle nozze, si prometteva sposa a chi riuscisse a risolvere tre difficili enigmi, salvo decapitare chi invece falliva. La favola piacque a Friedrich Schiller che la tradusse e a Wolfgang Goethe che ne curò la rappresentazione a Weimar. Se ne invaghì anche Giacomo Puccini che ne fece un’opera. Ed è anche a loro che il Nostro deve la propria immortalità.
Chi era?