UNA SPERANZA CON LA BARBA

Certo, poi è finito tutto in gloria, con solenni promesse di unità, assicurazioni che da domani saranno tutti più buoni e secchi d’acqua gelata sulle polemiche dei giorni precedenti. Ma, al di là delle conclusioni alla melassa, non si può certo dire che gli appuntamenti di An e Udc dello scorso fine settimana abbiano portato raffiche di ottimismo fra gli elettori della Casa delle libertà. Anzi.
Anche se tutto è bene quel che finisce bene, vedere e ascoltare certi interventi è proprio quello che ci vuole per far disamorare l’elettorato, per continuare a perdere, per dare l’impressione di una coalizione allo sbando dove alcuni miracolati da Berlusconi lavorano per dare l’assalto alle statue di Berlusconi e mettersi la medaglietta di patrioti liberatori.
Se questo è il quadro - e questo è il quadro - verrebbe voglia di chiudere baracca e burattini, di non occuparsi più di politica, di dedicare tutte le nostre pagine alle sagre e al calcio e di lasciare campo libero alla sinistra. Ma.
Fortunatamente, c’è un ma. E sta nel fatto che il popolo di centrodestra è di gran lunga migliore di alcuni dei suoi leader, che ha voglia di lottare, - soprattutto in una Liguria dove i Ds sono sempre più egemoni, come dimostrano anche le proteste dei loro alleati - di resistere, di mettere nell’urna e in Parlamento la propria rabbia e la propria voglia di farsi sentire. Ed è su questa volontà di reagire, di non rassegnarsi, di combattere fino alla fine che si basano le nostre speranze. E la scelta di parlare sì di sagre e di calcio, ma senza dimenticare la politica. A far pensare che la vittoria del 2006 è una reale speranza e non un'utopia, del resto, sono la mancanza assoluta di programma del centrosinistra, a partire dalla politica estera; il ruolo dominante di Rifondazione che non piace a molti elettori moderati; la litigiosità continua che è la vera cifra stilistica dell'Unione disunita, più forte addirittura di quella degli inquilini della Casa, come potete leggere anche in queste stesse pagine. E, non dimentichiamolo, un candidato come Romano Prodi. Se a correre per diventare premier fosse Walter Veltroni, ottimo sindaco di Roma, probabilmente, non ci sarebbe partita. L'idea che la «faccia nuova» del centrosinistra sia un signore che era ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato in uno dei tanti governi Andreotti nel 1978 - millenovecentosettantotto - e capo dell'Iri per anni e anni, fa pensare. E anche per quanto riguarda la Liguria a far pensare che la vittoria del 2006 è una reale speranza e non un'utopia sono i dati delle ultime elezioni, che pure sono state perse. La Liguria è stata l'unica regione d'Italia - comprese quelle dove il centrodestra ha vinto come Lombardia e Veneto - dove la Casa delle libertà alle regionali del 2005 ha aumentato le proprie percentuali rispetto alle europee dell'anno prima. Il segreto di quell'aumento percentuale sta tutto nella lista Biasotti (infatti l'incremento è praticamente identico al risultato degli arancioni) che, come abbiamo spiegato più volte, non è riuscita a pescare a sinistra, ma certo ha riportato alle urne molti moderati delusi. E' dura, durissima, ma - nonostante i suoi follinismi assortiti - il centrodestra ligure può vincere. Ma deve essere un centrodestra con la barba.