Sperare nel «dopo»: il miglior investimento

Riuniti in un volume gli appunti sulla morte pubblicati sul «Foglio» di Giuliano Ferrara: 47 autori spiegano il loro rapporto con «l’ultima cosa di cui vorremmo parlare»

Mi capita una cosa imprevista: scopro d’essere circondato da persone che vogliono sentirmi parlare della morte. È bastato un libro, è bastato un mese. Come se Vita morte miracoli avesse rinnovato il permesso di soggiorno alla Grande Esclusa, almeno nella cerchia delle mie conoscenze.
È finita la rimozione. Cresce il desiderio di tornare a discutere dei temi ultimi, ora che ci sono venuti a noia i penultimi. Lo constato dalle richieste d’intervista e dagli inviti a conferenze e dibattiti. Lo vedo dalle lettere che continuo a ricevere. Un guru delle pubbliche relazioni che ha lavorato per Rolls-Royce e Cartier, quanto di più effimero: «Avevo dimenticato che si deve morire. Io che non vado mai al cimitero, quest’anno ci farò un pensiero». Un ingegnere che lavora in Africa, forse perché sotto quel cielo le riflessioni vengono più facili: «Ciò che il bruco chiama morte, la farfalla chiama vita». Un docente universitario e saggista che credevo avesse a cuore solo la storia e la politica: «Lo sa che anch’io mi fermo a visitare spesso i cimiteri? In Ungheria ho trovato un settore di vecchie tombe di soldati italiani. Ho acquistato un chilo di borotalco per cercare di leggere in controluce sulla pietra i loro nomi, riuscendoci solo per alcuni». Un illustre giornalista: «Tu sai che su alcuni punti (non tutti) ho un’idea diversa: ma il tuo libro riesce a parlare proprio a quelli come me».
Giovedì scorso ero nell’aula magna di Palazzo del Bo, a un congresso di psichiatri dell’Università di Padova, chiamato a difendere dall’impudicizia dello sguardo di noi cronisti la più terribile delle morti: il suicidio. I medici chiedevano il nostro aiuto per salvare vite umane. E lì, dove c’è ancora la cattedra di legno grezzo di quel Galileo che cercava nel cosmo le risposte alla sua fame d’infinito, due direttori di giornale non si sono arresi neppure davanti all’evidenza clinica: le notizie di gesti estremi riportate dai media hanno un’influenza diretta e misurabile nei comportamenti suicidari, inducono all’imitazione. Fa lo stesso, secondo i miei colleghi bisogna pubblicare sempre e comunque, tutto. A beneficio di chi, non si sa. «I lettori vogliono essere informati». Domanda e offerta. La morte come opportunità commerciale.
Ma poi c’è Giuliano Ferrara. Un altro tipo di direttore per un altro tipo di pubblico. Ne sono testimonianza gli Appunti per il dopo che ci hanno tenuto compagnia da giugno a ottobre sul suo giornale, ora raccolti in un libro di 394 pagine (nelle edicole a 7,90 euro). Lui la chiama eulogia, come il pane che veniva distribuito ai fedeli nei primi secoli del cristianesimo, una reliquia dei luoghi santi, ma anche elogio, esaltazione. Un genere letterario impervio. Il direttore del Foglio lo intende così: «Il dopo è semplicemente immaginazione, rimozione, prefigurazione, letteratura, filosofia, teologia, science fiction (la scienza esatta ne sa nulla). Offre inquietudine, che è una buona cosa. Oppure l’idea del riposo, che è un’altra buona cosa».
Ferrara ha restituito alla morte il posto che le compete. Leggetevi questi Appunti di 14.000 battute l’uno e capirete. Non lo dico solo per lo spessore dei 47 autori - Enzo Bettiza, Guido Ceronetti, Saverio Vertone, Andrea Marcenaro, Giuliano Zincone, Pierluigi Magnaschi, Lucetta Scaraffia, Duccio Trombadori, Luigi Amicone, Marina Terragni, per citarne alcuni a caso - molti dei quali, come Gianni Baget Bozzo, Filippo Facci, Camillo Langone, Ruggero Guarini, Eugenia Roccella, ben noti anche ai lettori del Giornale. Lo dico perché ho ritrovato nei loro racconti quella capacità di introspezione che sgorga solo una volta l’anno, o una volta sola nella vita, quando la penna riesce ad affrancarsi dai lacci della quotidianità perché deve rispondere unicamente al Vero.
Ferrara mi ha confessato che l’ispirazione a commissionare gli Appunti per il dopo gli venne il 1° maggio mentre stendeva la prefazione a Vita morte miracoli. Un mese dopo declinai con rammarico il suo invito a dire la mia sul Foglio: avevo già dato. Capì. Però ha voluto lo stesso riservarmi il privilegio di completare la serie, un sabato di fine ottobre: sopra, l’introduzione tratta dal mio libro, «i temi ultimi, l’ultima cosa di cui vorremmo parlare»; sotto, l’ultimo appunto, un fuori sacco di Lanfranco Pace dall’aldilà, «la partita a poker con la Morte di un gran giocatore che arriva sempre in ritardo», una pagina di scabra bellezza e insopportabile definitività che vale l’intero libro e perciò meritava di concluderlo: «La morte è anzitutto il problema di chi sta morendo. In questo momento è anche mio. Non esiste la morte serena, dignitosa. La morte è orrenda, sempre. Mi sento spengere poco a poco. La carne che smette di pulsare e si sfarina, non immaginate il rumore che fa. Sento persino le cellule che cominciano a disporsi nell’ordine funereo. Il punto di non ritorno è passato, grido in silenzio», e la Signora che lo rimprovera: «“Ma che razza di giocatore è? Aveva dimenticato? Io sono la Dama di Picche, io sono la Morte. E adesso si riposi, non si agiti. Tornerò presto, allora le prenderò la mano e ce ne andremo via”».
Giuliano Ferrara ha passato l’estate a chiedersi e a chiederci: in che cosa speriamo? Forse non è affatto un caso che la risposta più alta gli sia giunta d’autunno, mentre gli Appunti per il dopo venivano consegnati alla libreria: un’enciclica, Spe salvi, che parla proprio di questo, della speranza che salva; un Papa che spiega come molte persone rifiutino la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile e ci mette in guardia circa il fatto che vivere sempre, senza un termine, tutto sommato può essere solo noioso e alla fine insopportabile.
Allora sarà anche irrazionale, ma il miglior investimento possibile sul dopo a me pare ancora quello di sperare l’insperabile con Henry Scott Holland, canonico della cattedrale di San Paolo, davanti alla salma di Edoardo VII: «La morte non è niente, sono solamente andato nella stanza accanto. Io sono io, voi siete voi. Quello che eravamo gli uni per gli altri, lo siamo sempre. Datemi il nome che mi avete sempre dato. Parlate con me come avete sempre fatto. Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri? Solo perché sono fuori dalla vostra vista? Io vi aspetto, non sono lontano, semplicemente dall’altra parte del cammino. Vedete, va tutto bene».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it