«Spese folli delle Nazioni Unite ma i bimbi continuano a morire»

Basterebbe una zanzariera da 2,50 dollari per salvare milioni di persone dalla malaria

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Duemilatrecento miliardi di dollari. Due dollari e 50 centesimi. Due cifre lontane astronomicamente una dall’altra. Ma sono invece strettamente collegate, perché si riferiscono allo stesso argomento: la salute e la malattia nel Terzo Mondo. Due dollari e 50 sono il prezzo di una zanzariera trattata con prodotti chimici che può salvare centinaia di milioni di persone dalla malaria. Potrebbe anzi salvare tutti i 300 o 500 milioni di persone che si infettano ogni anno di questa malattia terribile e terribilmente semplice a un tempo. I bambini molto spesso ne muoiono, uno ogni trenta secondi. Quattro quinti di loro nei Paesi disperati dell’Africa Subsahariana. E non si riesce a procurare a tutti una zanzariera spruzzata di insetticida.
È un tragico paradosso fra i molti rivelati dall’esame del rapporto fra intenzioni, stanziamenti ed efficacia degli aiuti internazionali ai Paesi più poveri. Uno dei tanti esposti da William Easterly, un economista autore di un libro che sta avendo successo e non farà mai abbastanza scandalo. Allusivo e polemico nel titolo, The White Man’s Burden. È il Fardello dell’Uomo Bianco, quello evocato da Rudyard Kipling in una poesia famosa, in un inno trionfalista e accorato, arrogante e intenerito all’imperialismo europeo che toccava il suo culmine a metà del diciannovesimo secolo. Il Fardello come dovere del ricco e del potente. In altre terre si parlava, per esprimerlo, di «missione civilizzatrice». Il colonialismo è finito, molto ha sbagliato, qualcosa ha fatto. Sono rimasti i rimorsi e le zanzare. I rimorsi si traducono in quella somma astronomica di stanziamenti che così spesso non raggiungono l’obiettivo: non perché i soldi siano pochi ma perché vengono spesi male.
La responsabilità è in primo luogo degli Enti incaricati di distribuirlo, dall’Onu alla Banca Mondiale. Che sono appunto il bersaglio della severa critica di Easterly, reso ancora più esplicito dal sottotitolo: «Perché gli sforzi dell’Occidente di aiutare il resto del mondo hanno fatto tanto male e così poco bene». Ai tempi in cui volevamo imporre la nostra civiltà e adesso, in un tempo cioè in cui la compassione prevale, almeno in questo campo, sulla passione per il potere. In superficie siamo meno arroganti, ma in realtà, ci dice Easterly, torniamo a commettere, in altra forma, il medesimo errore: vogliamo occuparci in modo grandioso di problemi tragici ma non complicati che con un po’ di buon senso pragmatico, unito alla generosità mondiale, potrebbero essere risolti e anche in fretta.
A cominciare dal paradosso delle zanzariere: perché i trilioni non si trasformano sempre in oggetti spruzzati. Qualche volta funziona, qualche volta no, anche se le zanzare sono le stesse. È l’approccio che è differente. Nello Zambia, per esempio, le zanzariere vengono distribuite gratuitamente, come può sembrare logico trattandosi di un’operazione umanitaria. Il risultato è però che il 70 per cento di coloro cui vengono donate non le usano. Nel vicino Malawi le zanzariere le vendono, a cinque dollari l’una nelle città, a 50 centesimi nelle più misere zone rurali. E nel Malawi l’esperimento funziona: la percentuale di bambini sotto i 5 anni che dormono coperti è salita in quattro anni dall’8 al 55 per cento. Quasi tutti quelli che comprano le reti, anche se a un prezzo simbolico invece di vedersele regalare, le adoperano.
Qual è la lezione che ne trae Easterly? Più di una. Per cominciare, che delle cose acquistate si ha più fiducia, a ragione o a torto, che in quelle ricevute in dono, non soltanto nel Terzo Mondo. E poi che quello che va bene nel Malawi può non funzionare nello Zambia e viceversa perché le malattie, non solo epidemiche, delle diverse società andrebbero trattate conformemente alla cultura di quella società.
«L’uomo bianco non è riuscito a “portare la civiltà” con il colonialismo, oggi non riesce a esportare la ricchezza. Non ci riuscirà finché continuerà a illudersi di poter trasformare a propria immagine e somiglianza società complesse e diverse». È un po’ come il vecchio proverbio secondo cui è meglio regalare una canna da pesca che del pesce. Solo che ogni angolo di mondo ha il suo pesce che richiede la sua canna.