"Gomorra", l’ineluttabilità del Male

È un universo chiuso, un mondo ripiegato nella fatalità del male quello rappresentato dalla serie ispirato al libro di Saviano

Nto' e Lucariello cantano sui titoli di coda «Pe campari nuje vulimme 'na speranza» (per campare vogliamo una speranza), ma tra le Vele di Scampia e nei bassi di Secondigliano non ce n'è traccia. È un universo chiuso, un mondo ripiegato nella fatalità del male quello rappresentato da Gomorra - La serie, secondo derivato dalla docu-fiction di Roberto Saviano, dopo il film di Matteo Garrone (Sky Atlantic, martedì, ore 21,10, 658.000 spettatori medi).

Ma a differenza del libro, nella serie diretta da Stefano Sollima (Romanzo criminale), sceneggiata con il coordinamento di Stefano Bises, prodotta da Sky con Cattleya e Fandango, non c'è l'ambizione di delineare i contorni della criminalità organizzata, i nessi e le connivenze con il resto del mondo. C'è la presa diretta sul mondo del Male, chiuso, circoscritto, ineluttabile. Basta e avanza. Una produzione televisiva non si prefigge di debellare la camorra.

Ne racconta eccessi e perversioni con realismo assoluto (la testa fracassata del Bolletta che vibra sul pavimento). Il clan Savastano domina il traffico di droga della zona, ma ricattato dalle forze della legalità qualcuno spiffera una consegna di cocaina. Il virus del tradimento s'insinua nella cosca e don Pietro (Fortunato Cerlino) capisce che occorre prepararsi al dopo.

L'unico erede, il figlio Genny (Salvatore Esposito) è però ancora acerbo e viene affidato alle cure di Ciro (Marco D'Amore, un volto una storia). Sollima sceglie una narrazione cruda e apocalittica ad un tempo, dentro una lunga notte, senz'alba. Le Vele sono il tempio del Male, ma le liturgie si preparano nella villa del boss (quello vero è Francesco Gallo, per la casa è stato disposto il sequestro dalla Procura di Napoli). Alternative non ne esistono: il riscatto e la redenzione non sono ipotizzate. Anche se i malavitosi hanno quadri di Padre Pio alle pareti...

Commenti

gurgone giuseppe

Ven, 09/05/2014 - 20:55

Negli Stati Uniti, già da molti decenni gli Italoamericani hanno costituito delle associazioni per boicottare questo genere di film che li identificava con il clichè di protagonisti negativi della vita sociale americana. la loro presa di coscienza ha fatto sì che venissero smantellati molti pregiudizi e luoghi comuni diffusi attraverso il cinema dalle Etnìe dominanti, in particolare i wasp, per metterli in cattiva luce, ghettizzarli e ostacolarne il progresso nella scala sociale. Enfatizzando e mettendo in risalto le "gesta" di pochi delinquenti, rispetto alla grande massa d'immigrati lavoratori, si occultava la realtà del feroce sfruttamento cui erano sottoposti, spesso in condizioni atroci di lavoro,e le cifre delle moltissime vittime perite fabbricando i grattacieli dei finanzieri americani. In Italia molti meridionali non hanno ancora compreso questo sporco gioco e si lasciano ingenuamente affascinare da questi film dove il delinquente terrone appare "vincente". Lo scopo di questi film, che appaiono immancabilmente nelle crisi economiche,con il rastrellamento di risorse che comportano ai danni dei più deboli, è molto più sottile e devastante di quello a cui tendevano i media americani. Tra gli altri, uno dei più importanti è quello di sostituire la realtà di un Sud da sempre colonizzato e saccheggiato, con la finzione cinematografica, dove sono attribuite a "Entità astratte" le responsabilità del suo sottosviluppo. Mettete questi film in relazione con l'EXPO e con la situazione di scontro politico in atto in Italia, che non è uno scontro di chiacchere ma di grandi interessi, e chiedetevi quanti imprenditori meridionali, almeno quelli che sono rimasti, riusciranno a prendere un appalto in questo grande calderone di miliardi che è questa manifestazione?