"Mister Ignis", un visionario che ci manca

Continua la ricerca della fiction Rai delle radici dell'Italia del Novecento. Dopo Adriano Olivetti ecco Giovanni Borghi, il cosiddetto «Mister Ignis», dal titolo dell'omonimo libro di Gianni Spartà. Entrambi dotati di quella visionarietà capace di anticipare il futuro e imprimere così una svolta al corso degli eventi. Giovanni (Lorenzo Flaherty) è il più coraggioso e ottimista dei tre figli di Guido Borghi (Massimo Dapporto), titolare di una piccola fabbrica che produce fornelli elettrici nel centro di Milano. Quando le bombe della guerra la distruggono, la famiglia si trasferisce nel varesotto e, sotto l'impulso di Giovanni, riparte da un vecchio capannone in disuso e dal baratto con i prodotti della terra della gente che non ha denaro per acquistare i fornelli che permettono di cuocere la pasta in pochi minuti (Raiuno, lunedì e martedì, ore 21,15, share del 19,48 per cento nel primo episodio). Inizia così l'epopea dell'«operaio che fondò un impero», ovvero la Ignis, la fabbrica che ha portato nelle case degli italiani frigoriferi e lavatrici prima di essere venduta alla Philips.

Un'epopea che fu anche sportiva, avendo mietuto successi nel basket, nel ciclismo e nel pugilato con le squadre e gli atleti sponsorizzati. Con una narrazione elementare, senza troppe ricerche registiche e un prevedibile uso del bianco e nero, la vicenda di Mister Ignis si sviluppa dal dopoguerra al miracolo economico, superando la tragedia della morte del fratello Giuseppe, le titubanze del padre, poco incline al rischio, le diffidenze e le ottusità di dirigenti e collaboratori. «Tutti, i miei fratelli e mio padre, mi considerano un pazzo, un pazzo furioso», si sfoga Giovanni con la moglie Maria (Anna Valle) dopo una discussione che prelude alla separazione nell'azienda. «Ma io voglio essere un pazzo felice». La definizione della lungimiranza e del coraggio di scommettere sul futuro (che forse servirebbero anche oggi) del «cumenda» è la parte più riuscita della sceneggiatura.