Nel "Selfie" di Mina una lezione di eleganza pop

Un nuovo disco di inediti, più bello del solito, perché sul filo del rischio

Lasciate fuori il mondo quando entrate in un disco di Mina. Stavolta di canzoni inedite. Stavolta più bello del solito proprio perché corre sul filo del rischio. In Selfie c'è l'immaginabile: una voce al di là dei confini che negli strepitosi acuti di Io non sono lei o nell'ironia swing di La palla è rotonda è decisamente irraggiungibile. Ma c'è anche l'inimmaginabile. Ad esempio Fine, un brano di Don Backy, trentotto anni dopo la sua prima volta da autore. E quella che è tutto sommato la consacrazione (finalmente!) di una «factory» che in questi decenni Mina è riuscita silenziosamente a costruirsi. Tra tutti i grandi nomi della nostra musica leggera, è l'unica ad averlo fatto, forse perché, da interprete, è costantemente alla ricerca di nuovi autori. E soprattutto perché non ha mai smesso di confrontarsi con altri mondi. Perciò ha tenuto sempre l'attenzione alta e la presunzione bassa. Incontrando ottimi autori. Come Gianni Bindi e Matteo Mancini che firmano Il pelo nell'uovo, Il giocattolo e Troppa luce, nel quale spunta pure una misteriosa voce infantile (chissà chi è). Insomma, tra jazz, melodia italiana e qualche sbandata nella bossa, Selfie conserva un livello medio altissimo che richiede però un ripetuto ascolto, tanto sono distanti le canzoni del disco da ciò che abitualmente ormai si ascolta. Anno dopo anno, Mina stringe sempre più consapevolmente le proprie parentesi: lei è fuori, al di là, forse sopra al pop e alla musica d'autore. È Mina, e dovrebbe bastare, credo.