Lang Lang: "Mischio classica, pop e rock in un pianismo scintillante"

La star della concertistica cinese si esibisce oggi ai mondiali in Brasile e svela i suoi segreti: "Dietro al successo, anni di lavoro massacrante"

Quando venne alla ribalta, il pianista Lang Lang colpì per la sua storia d'artista cresciuto - a pane e pianoforte - nella rampante Cina. All'epoca era povero in canna, ma dal talento e determinazione debordanti. Oggi, a 32 anni, è artista dai cachet d'oro, smart per come pesca, dal pop e dal rock, disinvoltura, estroversione, e strategie per stare sul mercato. Sul suo pianismo scintillante si può discutere... de gustibus. Non si può, invece, mettere in dubbio l'abilità nel costruire il “marchio Lang Lang”, quel marchio universalmente e trasversalmente riconoscibile capace di riempire teatri, piazze e arene. Oggi, Lang Lang sarà in Brasile per un concertone prima della finalissima, assieme a Placido Domingo, e dopo una serie di partecipazioni a maxi eventi al Central Park di NY, Olimpiadi di Pechino, Grammy.

Ama il calcio? Lo segue?

«Amarlo? Molto di più, sono appassionato».

Con un debole per?

«Il Barça di Barcellona».

Che idea s'è fatto del calcio Made in Italy?

«La serie A è una delle più spettacolari al mondo. Sono amico di Kaká, dunque da anni seguo il calcio italiano».

E come Kaká, lei è un campione. Quanto è difficile essere campioni?

«In musica non c'è competizione, non mi sento un campione, non vedo considero tali neppure i miei colleghi. Semmai prevalgono devozione e collaborazione. Ciò non toglie che ci siano affinità tra i due mondi».

Per esempio?

«Performance sportiva e musicale richiedono determinazione e concentrazione al 100% e in un solo momento, nella partita e concerto ti giochi tutto».

Suona senza risparmio. È un lavoro-dipendente?

«Più semplicemente amo il mio lavoro, che non considero neppure tale. Mi sforzo comunque di programmare la giornata in modo che ci siano spazi per attività extra musicali».

Riesce insomma ad avere una vita privata?

«La sfida continua sta proprio nel cercare un equilibrio. Talvolta mi ritrovo a rinunciare a concerti per mancanza di tempo perché voglio riservare energie anche agli amici».

Lang Lang è un marchio. Quante persone lavorano per mantenerlo al top?

«I numeri esatti mi sfuggono. Diciamo una serie di persone in Cina, States e Europa».

A Rio va in scena con Domingo, fenomenale per come gestisce la carriera. Quanto conta essere imprenditore ?

«Io ho un management che si occupa della mia carriera. Tuttavia è opportuno che sia lo stesso artista ad avere un chiaro senso di obiettivi e strategie».

È più semplice costruirsi un marchio quando si opera nel mondo del pop/rock?

«La musica classica non ha certo il seguito di certo pop e rock. Ma ha peculiarità uniche: non si limita ad esprimere emozioni, è atemporale e veramente globale, tutti ne possono godere, a prescindere dall'area di provenienza. Il mio desiderio è quello di portare la classica a più persone possibili, in tutto il Mondo, anche ricorrendo alle tecnologie di ultima generazione».

Duettare con i Metallica cosa le ha insegnato?

«Sono esperienze uniche, non fa male sperimentarle di tanto in tanto. Allargano vedute, e poi ci si diverte».

In cosa si sente cinese?

«A tavola. Non potrei vivere senza cibo cinese. Ho una serie di ristoranti prediletti in giro per il mondo».

Cosa apprezza della nuova Cina e cosa rimpiange della vecchia?

«La Cina ha conosciuto uno sviluppo senza precedenti. E non solo economico. C'è un boom per l'arte. È fantastico vedere 40 milioni di ragazzi studiare pianoforte. Inizialmente la curiosità per le novità straniere ha portato a trascurare la cultura cinese, ora però sono in atto nuovi cambiamenti, ne sono felice».

Suona molto in Europa (sarà a Torino in novembre). Non pensa di prendersi una casa in Europa?

«È un progetto che frulla nella testa. Vedremo».

È stato un bimbo prodigio, infanzia sulla tastiera. Ha avuto “genitori tigre”?

«O meglio, dragoni... Mamma era dolce e affettuosa, ma il papà era molto ambizioso, mi forzava a studiare così tanto che talvolta era una tortura. Abbiamo vissuto momenti difficili. Ora, con il senno di poi, capisco che papà ha inciso fortemente sulla mia carriera. Senza di lui, non avrei potuto arrivare fin qui. Con mio padre ora ho un buon rapporto, so quanto gli devo, tuttavia dubito che sarei così implacabile con i miei figli».