Dentro la «prima»

La febbrile caccia alle indiscrezioni precedenti la serata inaugurale della Scala di Milano (domenica prossima) è rituale: «parlan le mura», per dirla con la librettistica. Come immancabili oggi sono i traslochi temporali. La messa in scena di Deborah Warner (scene e costumi di Chloe Obolensky) non fa eccezione. «Fidelio si muove con i tempi e deve riflettere la contemporaneità; per questo credo che l'unica possibilità sia proporre l'opera con un'ambientazione contemporanea», ha scritto con chiarezza la regista nel programma di sala - evitando che i professionisti della drammaturgia si arrampicassero sui vetri in soccorso alle pensate registiche con l'ausilio di scritti non sempre illuminanti. D'altro canto il soggetto stesso del Fidelio - la liberazione di un prigioniero ingiustamente incarcerato - è sempre stato filtrato attraverso il momento storico in cui l'opera veniva rappresentata. Nella Parigi di De Gaulle si scandalizzarono perché il regista Wieland Wagner aveva mostrato i prigionieri, barcollanti fra le sbarre, come reduci di un campo di concentramento. In Germania le letture espiatorie, per così dire pessimistiche, non sono mancate. Si negò la liberazione finale dei prigionieri (Joachim Herz), oppure si proclamò la libertà illusione assoluta (Achim Freyer), con il deus ex machina, nella persona del Ministro illuminato Don Fernando, in veste di bieco restauratore dell'ancien régime. Alcuni illustri registi sdegnarono le forzature drammaturgiche, convinti che mantenendo l'epoca storica con precisi riferimenti pittorici, non si perdesse l'universalità del tema: Jean-Pierre Ponnelle optò per le carceri di Piranesi, Giorgio Strehler per il segno di Goya, Adolf Dresen per il romanticismo tedesco di Friedrich e Carus. Deborah Warner non appartiene a questa categoria, oggi demodé. Essa ritiene che «Beethoven collocò la sua prigione in Spagna, un luogo per lui straniero e barbaro, per cercare di accostarsi alla violenza della reclusione politica forzata. Noi dobbiamo trovare la nostra cornice di riferimento, astratta o reale, che rifletta le atrocità dei nostri tempi». Inutile almanaccare cosa: quanto ci viene offerto quotidianamente da un telegiornale basta a nutrire la fantasia di ogni spettatore.

In passato se ne sono viste di tutti i colori: dal Florestan crocifisso come Gesù alla maschera mortuaria di Beethoven che domina la scena. Per fortuna, spento l'ossequio ideologico, paiono scongiurate le ormai abusate ambientazioni con il malvagio Pizzarro in veste di Goebbels o i carcerieri sgherri di colonnelli di ogni latitudine. «Gli eventi dei secoli passati devono trovare eco nella scenografia e una possibilità di associazione immediata nella mente del pubblico». Il raggiungimento di questo non facile obiettivo sarà la pietra del paragone sull'efficacia del lavoro della regista - a patto che si rispetti lo spirito, se non la lettera, della drammaturgia prevista dall'Autore. Anche su questo la signora Warner ha idee precise (condivisibili). «Il primo atto è strutturato con la raffinatezza di un grande dramma teatrale e la regista deve concatenare le scene proprio come farebbe in un dramma di Cechov. I dialoghi sono poveri e comici se affrontati senza profondità, ma umani e toccanti se composti con attenzione». Si ricorda che Fidelio è un'opera che appartiene al genere del singspiel, dove i numeri musicali si alternano ai dialoghi parlati. Questi spesso mutilati, rifatti, soppressi, o peggio, sostituiti da manifesti, poesie impegnate o nuove drammaturgie, sono il motore dell'azione teatrale. Se lo spettacolo funzionerà come promesso, sarà vero come un dramma shakespeariano e intenso come un quadro di Goya, e avrà colpito nel segno, catturando «allo stesso modo orecchio e occhio». Infine la signora Warner vorrebbe che il pubblico lasciasse la sala ponendosi domande: «Cosa significa oggi il concetto di libertà? Qual è il significato di giustizia? Quale è il potere dell'amore?». Nobilissimo proposito che dubitiamo penetri le menti di buona parte degli spettatori della «Prima», travolti nel faticoso vortice del presenzialismo. C'è sempre il più attento pubblico delle repliche, che potrà seguire, non distratto dall'impegno mondano, quanto la scena gli proporrà.