"11 minuti" e Vasco le scene memorabili. Docufilm da buttare

In una rassegna di alti e bassi, da salvare l'omaggio di Lou Reed alla moglie e il Louvre firmato Sokurov

nostro inviato a Venezia

Finita la festa, ecco il meglio e il peggio del festival.

Il meglio

Il prologo di 11 minuti , girato solo attraverso dispositivi di ripresa amatoriali. Uno straordinario esercizio di stile, assolutamente inutile. Quindi splendido.

La protagonista femminile di 11 minuti, Paulina Chapko. Trovate le foto su Google.

Le strisce di Stefano Disegni sul foglio quotidiano Ciak in mostra. Cattive e ironiche di quella cattiveria e ironia che spesso manca ai film, italiani soprattutto.

Turning Time Around cantata da Lou Reed sui titoli di coda del film della moglie Laurie Anderson.

Le lezioni di cinema regalate ai colleghi giornalisti da Michele Anselmi del Secolo XIX alla fine delle proiezioni: tra storia del cinema e anedottica del festival. Dopo averle ascoltate i film sembrano sempre più belli, o più brutti.

La fotografia de L'attesa di Messina (ancora con questa storia che si può salvare un film dicendo “Però, bella la fotografia…“).

I titoli di coda di The Endless River, perché almeno lo strazio è finito.

Il giornalista del quotidiano Dolomiten inviato a Venezia solo per la prima di Everest , girato in buona parte in Val Senales, il quale - look da hipster newyorkese e inglese perfetto - in conferenza stampa ha rivolto ad attori e regista domande di un tecnicismo imbarazzante. Tutti hanno pensato al Hugh Grant corrispondente di Cavalli e segugi in Notting Hill .

Quando Vasco ha spiegato la differenza tra un cantante normale, che se gli cade l'asta del microfono la raccoglie, e una rockstar, che fa finta di niente. Al suo primo Sanremo non sapeva dove mettere il microfono finita la canzone, così se l'è infilato in tasca pensando di darlo a chi entrava dopo di lui, che era Christian, però il filo era corto ed è caduto, sfasciandosi. Nel backstage gli hanno chiesto: «Ma cosa hai fatto?». E lui: «Che cazzo me ne frega. Sono una rockstar».

La costatazione di Gabriele Salvatores, alla festa a Villa degli Autori, che i grandi film sono basati quasi sempre su brutti libri. Sì, certo, a parte Lolita e Il Gattopardo .

Il Louvre deserto di notte in Francofonia di Alexander Sokurov.

Il peggio

Gli articoli di Concita De Gregorio per Repubblica sul festival.

Il fatto che ci siano troppe periferie romane nei film italiani (in Pecore in erba di Caviglia, Non essere cattivo di Caligari e Viva la sposa di Celestini) e troppe Alba Rohrwacher (nei film di Celestini, Bellocchio e nel corto della sorella Alice).

L'uso della musica nei film italiani.

La scena di nudo di Lidiya Liberman in Sangue del mio sangue.

Il docufilm in sei episodi Milano2015 . E tra i sei il primo, di Elio: in un momento in cui Milano, dalla nuova Darsena al Bosco Verticale, da Porta Nuova alla Fondazione Prada, è più bella di Manhattan, ci vuole dire che quando c'erano le Varesine, Milano «era più vera». Ma vaffanculo.

Mediamente il look da red carpet delle star straniere, in questo gli italiani sono davvero superiori.

Le metafore. Anche se tutto nel cinema è metafora.

L'applauso in sala quando un neonazista americano viene ucciso da un vecchio ebreo in Remember . Mai giudicare i buoni e i cattivi prima della fine del film.

I documentari sul mondo del cinema, tipo De Palma o quello sul produttore Alfredo Bini. Sono bellissimi, ma quando vedi ripassare sequenze di vecchi film, da Scarface a La ricotta , il paragone che fai con quelli di oggi non è bello.

Behemoth di Liang Zhao, documentario sulla vita nelle miniere della Mongolia. La classica opera da Mostra in cui la prima mezz'ora ti chiedi «Ma quando inizia il film?» e l'ultima «Ma quando finisce?».