Nuovo cinema Paradiso. Ecco il primo film prodotto dal Vaticano

Pannone narra le guardie svizzere. Dopo Biennale, Salone del libro ed Expo, un altro passo della Santa Sede verso gli eventi di massa

nostro inviato a Venezia

Al principio era il Verbo. Poi vennero l'arte, la letteratura, l'innovazione, la tv e quindi il cinema. Gaudeamus, la Chiesa si apre al mondo massmediatico, e il Vaticano declina in chiave religiosa il più alto degli insegnamenti laici gramsciani. Dall'egemonia culturale di classe alla propaganda fide intellettuale. Il Vangelo è per tutti, e la cultura cristiana di massa.

Nel 2013 la Santa Sede partecipò la prima volta alla Biennale d'arte di Venezia con un proprio Padiglione che incuriosì i critici e stupì i visitatori. Nel 2014, sorprendendo la stampa e conquistando il pubblico, debuttò come ospite d'onore e con un gigantesco stand scenografico al Salone del Libro di Torino. Quest'anno ha portato un suo attivissimo Padiglione all'Expo di Milano (il nutrimento interiore è tanto necessario quanto il cibo che nutre il pianeta). E oggi - mentre il regista Daniele Luchetti sta lavorando al biopic su Papa Bergoglio Chiamatemi Francesco , una produzione firmata Taodue da 12-13 milioni di euro che arriverà in sala a dicembre, e Paolo Sorrentino ha iniziato a girare la serie tv in otto puntate The Young Pope , una mega coproduzione targata Sky, Canal + e HBO con Jude Law nei panni di Pio XIII - la Santa Sede intraprende anche l'evangelizzazione della Mostra del cinema di Venezia, dove porta, novità assoluta per un festival internazionale, una propria produzione: il docu-film L'esercito più piccolo del mondo di Gianfranco Pannone, passato ieri al Lido, in attesa di una grossa distribuzione italiana, già venduto in diversi Paesi e primo - così si è fatto capire - di una serie di altre produzioni vaticane...

Voluto direttamente da monsignor Dario Viganò, Prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede (di fatto il ministro della «propaganda» della Chiesa di Roma) e finanziato dal Centro Televisivo Vaticano, il film è un'opera in sé perfetta: elegante, coinvolgente, laica dal punto di vista del regista-osservatore, rispettosa del soggetto religioso per quanto riguarda lo spettatore. E anche riuscita, se le intenzioni del Vaticano, come ha spiegato Gianfranco Pannone, autore riconosciuto e dalla filmografia di lungo corso, era quella di far comprendere anche al grande pubblico, fedeli e non credenti, come sta cambiando il mondo cattolico, proprio dentro casa. Mostrandolo «dal basso». Niente eminenti porporati, solo spaesati ragazzini.

E così, in otto mesi di riprese, seguendo con discrezione anche le passeggiate impreviste di papa Francesco, entrando nelle segrete stanze e nei corridoi deserti dei palazzi (spettacolare l'inquadratura velocissima del Cristo giudice di Michelangelo intravisto dalla porticina che collega la Sala Regia alla Cappella Sistina), pedinando la vita quotidiana delle guardie, entrando nei loro alloggiamenti, in armeria, spiando i lunghi turni di servizio d'ordine (quando i turisti di piazza San Pietro vogliono farsi le foto con questi «signori buffi»), il film racconta «ad altezza uomo», nel puro spirito del pontificato di Francesco, il servizio nel Corpo Pontificio di un gruppo di giovani reclute: sono teologi, ingegneri, studenti, guardiaboschi... Che per arrivare qui devono essere esclusivamente di nazionalità svizzera, cattolici, alti almeno 1,74, disposti a trascorre due anni nell'esercito più piccolo del mondo, dotati di grande disciplina, ma non per forza di fede ferrea. Il film (tra tutte le opere passate fuori dal concorso forse la più toccante e «nuova» nonostante racconti una storia che ha 500 anni, da quando Giulio II istituì nel 1506 il corpo di guardia del vaticano) non solo passa in rassegna le vite delle giovani Guardie Svizzere, ma leggendo i loro diari, ascoltando i colloqui via Skype coi genitori, spiando le confidenze in camerata e persino ridendo sulla parodia di Crozza-Francesco che porta loro la marmellata preoccupato dei turni troppo lunghi, li chiama a confessare i veri motivi per i quali hanno scelto di vestire la divisa rossa-gialla-blu disegnata, si dice, da Raffaello, ma soprattutto i loro dubbi. Ad esempio: «Cosa significa continuare la Tradizione mentre serviamo un Papa così rivoluzionario?».

Che è una domanda molto più alta di quanto sembri se posta da un ventenne dell'Argovia durante un massacrante turno di guardia nei giardini della Città Eterna.