Così la destra diventa spettacolare

Nel centrodestra si torna a parlare di cultura: ecco un nuovo contributo centrato sul ruolo dello spetta­colo e delle arti visive. Con proposte

Nel centrodestra si torna a parlare di cultura. Dopo gli interventi di Fa­brizio Cicchitto e Mariastella Gelmini; dopo l’intervento di Alessandro Gnocchi; ecco un nuovo contributo centrato sul ruolo dello spetta­colo e delle arti visive. Con proposte.

Finalmente da qualche giorno uno dei maggiori partiti della politica italiana, il Popolo della Libertà, grazie alle pagine del Giornale, ha liberato da un cassetto impolverato la tanto vituperata e derisa cultura. Vocabolo sparito nell'ultima campagna elettorale di ogni schieramento politico, parola impronunciabile, in questa profonda crisi economica, dalle segreterie di tutti i partiti. Eppure sembra che da queste macerie stia nascendo all'interno del centrodestra - non è mai troppo tardi - la consapevolezza che la cultura possa essere un volano per il rilancio economico del nostro Paese.
La grande potenzialità dell'industria culturale italiana, grazie alle sue risorse artistiche, potrebbe aprire un nuovo mercato, nuovi posti di lavoro, una nuova economia. È proprio nei momenti più difficili per un Paese che la sua classe politica deve dare le risposte ai cittadini. Allora, visto che il Pdl si è offerto, le dia al mondo della cultura facendosi portavoce di un disegno di legge che introduca tax credit e tax shelter. Così facendo le aziende che investono i propri utili per l'intrattenimento culturale verrano detassate per quella parte di utile investito. Pagherebbero meno tasse e avrebbero un ritorno di immagine diventando mecenati di eventi culturali che aprirebbero un interessante indotto lavorativo.
È una legge presente nel settore del cinema, ma inspiegabilmente non viene estesa a Teatro, Danza, Arte e a tutto il mondo della cultura in generale. Una simile proposta sarebbe anche la chiara risposta politica di un partito che negli anni ha abbandonato a se stessi tutti quegli artisti e quegli intellettuali che gravitavano intorno a quell'area. Perché se a sinistra c'è stata una vera e propria occupazione dei posti di dirigenza di teatri, enti e fondazioni varie e si è promosso un sistema artistico-culturale diciamo «di militanza» (cioè tu promuovi me/io produco te) a destra l'individualismo e l'anarchismo genialoide di alcuni non ha trovato alcuna sponda nella classe politica pidiellina. E allora per contrapporre un modello culturale nuovo e liberista bisogna liberare queste energie creative ed economiche, farle dialogare, aiutando e stimolando le parti: le aziende e gli artisti. La Stato sia garante di questo matrimonio. Nascerebbero nuove produzioni con lo scopo di fare dell'arte un fenomeno popolare, un luogo d'incontro tra i cittadini attraverso festival, il rilancio dei circuiti teatrali, di eventi nei musei e nei siti archeologici. L'industria culturale in Italia può rilanciare realmente l'economia perché si aprirerebbe ancor più a un mercato internazionale che non risente per forza della crisi. E allora, cari politici di centrodestra, datevi una svegliata perché se anche in quest'area non c'è stato un Gramsci ci sono stati però altri illustri maestri, da Prezzolini a Marinetti, da Pirandello a Longanesi, passando per d'Annunzio. E siccome ultimamente proprio al Vate, tra i primi a capire 100 anni fa l'importanza dell'industria culturale italiana, mi sento legato, ho l'ardire di ricitarne uno dei motti più famosi con dedica a quegli uomini del Popolo della Libertà che vorranno investire la propria carriera politica nella Cultura: Memento audere semper. Aspettiamo qualcosa di concreto. Con l'auspicio che con la cultura si possa mangiare sempre!