"La Traviata mai così attuale contro il potere dell'economia"

Il Maestro Daniele Gatti dirigerà la prima della Scala: "Quell'opera è quasi psicoanalitica". E poi l'accusa: "Sono contento che finisca l'anno verdiano: troppa retorica"

È Daniele Gatti, milanese, 52 anni, a sfidare fantasmi e amarcord dirigendo alla Scala La Traviata del 7 dicembre. Già, la leggendaria Prima, dunque la Serata più Serata che via sia nel mondo della lirica, quest'anno nel segno di un'opera che appartiene al corredo cromosomico del teatro milanese. Tra l'altro, nella settimana che vede ricorrere il novantesimo compleanno di una delle più travolgenti Violetta (il ruolo del titolo) della storia: Maria Callas. Il 7 dicembre milanese è molto glam, un crogiolo di ansie, preoccupazioni, attese, nevrosi...Gatti, fino a mesi fa candidato alla direzione musicale del teatro, è però tranquillo: «Vivo questa prima in maniera diversa da altre avventure scaligere», ha confessato.

In che senso?
«In questi sette anni, da quando sono tornato alla Scala, ogni volta che mettevo piede in teatro scattava il totodirettore. Ora vengo a dirigere e basta».

Per poi tornare?
«Con Falstaff nel 2015, chiudendo la stagione dell'Expo, poi nel 2017 con i Maestri cantori»

In compenso è scattato il totodirettore al Maggio di Firenze, e si fa insistentemente il Suo nome.
«Firenze prima di pensare al direttore, deve pensare alla sua situazione. Poi si vedrà»

Traviata è l'opera più eseguita al mondo. Che suggerimenti offre, comunque, allo spettatore?
«Deve tener presente che ascoltare Verdi vuol dire confrontarsi con le miserie della vita. Finalmente si sta chiudendo l'anno verdiano. Non ne posso più di Brindisi di Traviata o Va pensiero, di clichè che impoveriscono Verdi».

Che invece rappresenta?
«Un teatro che mette di fronte alle responsabilità morali. Assisti a un'opera di Verdi e vedi in palcoscenico i problemi della tua quotidianità».

Una psicanalisi per voi musicisti...
«Poi noi affrontiamo una chiave di lettura, sia chiaro»

Qual è quella di Traviata?
«La denuncia del sopruso subito da Violetta, una mantenuta che vorrebbe redimersi ma la società, incarnata da Papà Germont, la condanna».

Un tema attuale?
«Oggi la società punta sulla massima democraticità dei costumi. Oggi c'è un certo grado di tolleranza. Quello che in Traviata è attuale è la denuncia nei confronti del potere dell'economia, perché scavando in quest'opera si scopre che tutto ruota attorno al potere del denaro».

E in questo contesto che ruolo ha Violetta?
«Una mina vagante che rischia di far crollare i quattro pilastri: Dio, famigla, onore e patria. E Papà Germont difende questo tetraedo a ogni costo».

Papà e figlio (Alfredo) Germont non le stanno simpatici, vero?
«In realtà io trovo particolarmente stimolante la figura dell'antagonista, in qualsiasi opera. Vanno bene gli eroi, ma che fascino i cattivoni. Quindi, sì, mi piace Papà Germont, anche se non è malvagio, è solo arido, privo di compassione e comprensione».

Anche ipocrita...
«Sicuramente aveva la sua Violetta in Provenza, all'epoca era uno status symbol, equivaleva al possedere una Ferrari oggi»

E del figlio Alfredo, innamorato di Violetta, che dice?
«È un vitellone di provincia, introdotto nei salotti, un po' goffo. Ma ha una certa carica di umanità. È pressato dal padre-patriarca a sua volta non tanto preoccupato del figlio quanto dal patrimonio»

Come viene tradotto dall'orchestra tutto ciò?
«L'orchestra è trattata in modo tradizionale, ma la strumentazione è essenziale, fatta con mano leggera. Traviata racchiude un'intimità che le altre opere verdiane non hanno».