"Io, Puccini e Placido: la sfida per cantare vent'anni di carriera"

Il tenore oggi sarà ad Auschwitz per ricordare le vittime del nazismo. "Farò parlare il mio cuore"

Una pausa. Un po' di pudore nelle parole. Andrea Bocelli e la retorica, si sa, per fortuna non vanno molto d'accordo. Forse per questo è intimidito all'idea di parlare oggi ad Auschwitz Birkenau, in Polonia, nell'anniversario della liberazione del campo di concentramento. Il giorno della memoria. Gli occhi e i ricordi del mondo concentrati lì. «Non mi preparerò nulla, parlerò a braccio», dice lui spiegando che «non avendo vissuto l'esperienza spaventosa della prigionia, ho paura di essere fuori luogo, di dire banalità». Altra pausa. D'altronde Bocelli, come capita ai grandi artisti, cammina sul crinale della sensibilità. Perciò si affiderà «al cuore che non tradisce mai». E che dopotutto non ha bisogno di discorsi prestampati.

Comunque deve essere quasi più difficile di un debutto a teatro.

«Un giorno nel quale anche la musica diventa silenzio per dare più forza al ricordo. Porterò con me anche mia moglie Veronica e i miei tre figli, mi daranno ancora più energia».

Molte superstar si mettono in gioco per motivi come questi solo a patto che ci sia grande visibilità e poco rischio.

«In ciascun uomo c'è una dose di opportunismo che va dall'infinitesimale al “troppo”. Però io non sono capace di fare calcoli strategici. E se mi imbarco in qualcosa, lo faccio solo perché ci credo a tutti i costi».

Non per nulla ha creato l'Andrea Bocelli Foundation. Obiettivo: creare progetti innovativi per non vedenti e dare aiuti concreti ai paesi poveri.

«Sto finanziando uno studio del Mit di Boston per provare a rimuovere uno dei problemi sostanziali dei non vedenti: quello di muoversi, di spostarsi. Siamo ai primi passi ma spero che si possano avere presto strumenti per girare per strada, ad esempio un navigatore».

Ha anche incontrato Papa Francesco.

«Incontro mozzafiato. Ho ottenuto la sua benedizione, e il suo aiuto concreto, per ciò che stiamo facendo per le popolazioni di Haiti. Mi vien da dire che lui sia un extraterrestre, tanto entusiasmo riesce a comunicare».

Bocelli, lei festeggia venti anni di carriera: nel 1994 ha vinto il Festival di Sanremo nelle Nuove Proposte con Il mare calmo della sera.

«Da allora non ho mai smesso di pensare che la carriera sia sempre aleatoria: può finire da un momento all'altro».

L'anno dopo all'Ariston cantò Con te partirò, successo mondiale. Ha ascoltato la versione che ne hanno fatto i pupilli dell'indie rock americano Vampire Weekend?

«No, non l'ho ancora ascoltata ma ora sono curioso e quindi lo farò presto».

Nel volume Il giorno più felice della mia vita, il musicologo Alan Lomax ha scritto sostanzialmente che il Festival di Sanremo in tv è stato un killer della musica leggera italiana.

«Se lo scopo è stato questo, mi vien da dire che sia miseramente fallito. Il Festival ha reso la nostra musica ancora più famosa nel mondo».

A proposito, lei arriva in Polonia da Valencia.

«Sto incidendo Manon Lescaut di Puccini con Placido Domingo. Una sfida».

Quando sarà pubblicata?

«Ah non lo so mica, sono sempre i discografici a decidere i tempi della pubblicazione».

Poi?

«Riparto per gli Stati Uniti, terrò molti concerti e alla fine continuerò a studiare altre opere. Studiare e ascoltare è fondamentale. E così anche confrontare le realtà diverse dalla nostra. Ad esempio, e lo dico assumendomene tutte le responsabilità, mi accorgo che in Italia c'è una cultura del sospetto che ci impoverisce e che obbliga l'amministrazione pubblica a esacerbare i controlli e la burocrazia».

Ossia?

«Per una persona che lavora ce ne sono due o tre che lo controllano. Vogliamo ridurre l'evasione fiscale? Allora facciamo come negli Stati Uniti, dove si può “scaricare” tutto ciò che acquisti. E' ovvio che allora la stragrande maggioranza delle persone denunci tutte le proprie spese e che nessun commerciante si chieda se fare o no lo scontrino».

Invece da noi.

«Il rischio è che potremmo ridurci a essere un popolo di sospettati e indagati. Ed è un teatro dell'assurdo che non riguarda più neanche la distinzione destra o sinistra ma un concetto più generale e senza tempo».

Lo riassuma.

«Prima ci si impegna, si dà il massimo, si fa politica e si raggiungono le soluzioni. Poi si pensa ai furbetti che non le rispettano. La lezione della storia è anche questa, inutile far finta del contrario».