Addio al maestro Vittorio la metà dei Taviani

Con Paolo ha firmato capolavori come Padre Padrone. Raccontando l'Italia in profondità

Parlavano per una bocca sola e l'anima era una, condivisa e mai doma: la somma dei loro anni li divertiva, non li spaventava. «Non c'è la resa, mai. Si dice che invecchiando si è più generosi, più tolleranti. Non è vero niente», sfottevano. Anche perché, nel cinema italiano, di antichi maestri in grado d'andare dal particolare all'universale, parlando al cuore e al cervello, con film amati anche all'estero e confezionati con semplice perfezione, non ce ne sono molti. Anzi. E adesso che Vittorio Taviani, con il fratello Paolo autore di capolavori come Padre padrone (Palma d'oro a Cannes nel 1977) o Cesare deve morire (Orso d'oro a Berlino nel 2012), se n'è andato dopo una malattia, spegnendosi a Roma all'età di 89 anni, è come se l'artista di San Miniato non fosse morto definitivamente. C'è Paolo a infiammarsi ancora, a pregare i giornalisti di non distinguere le risposte dell'uno da quelle dell'altro. «Dopo sessant'anni che facciamo le cose insieme, quello che dice lui è quello che dico», era la parola d'ordine. Vittorio era quello col berretto, giusto per distinguerlo dal fratello di due anni più giovane e più incazzoso, che cappelli non ne porta, a far sfiammare le idee.

Alla scorsa Festa del Cinema di Roma, Paolo si era commosso presentando, da solo per la prima volta, Una questione privata, dal romanzo di Beppe Fenoglio. «Il fatto è che ci si invecchia e ci si ammala», chiuse la conversazione. A onor del vero, parlare con i Taviani non era una passeggiata, se si scriveva su un giornale non di sinistra: il loro «mondo rosso» (così lo chiamavano i due) ora non esiste più, ma l'appartenenza politica ci tenevano a farla pesare. Comunisti ferventi, all'invasione dell'Ungheria da parte dell'Urss,i due stracciarono la tessera del Pci.

Vittorio non si era mai ripreso dall'incidente stradale avvenuto a Roma il 17 ottobre di tre anni fa, vicino a Piazza Venezia, quando un'auto del servizio Ncc investì lui e la moglie Carla Vezzoso, ex-segretaria d'edizione, reduci da una festa organizzata da Renzo Piano in onore dei due artisti. La figlia di Carla e Vittorio, Francesca, che ieri ha annunciato la morte del padre, confermando un riserbo assoluto sulle esequie, fa l'attrice ed è sposata con Lello Arena. Già Federico Fellini, ai tempi, osservava quant'è facile morire nella Capitale, dentro una buca o sulle strisce pedonali: nulla è cambiato, da allora.

Figlio dell'avvocato Ermanno, che durante il fascismo ebbe qualche noia, al punto d'andarsi a ritirare sul campanile di don Micheletti, a San Miniato, Vittorio aveva studiato Legge, per poi abbandonare l'università, nel 1954, sempre insieme al fratello, iscritto a Lettere. Con il loro amico partigiano Valentino Orsini, Vittorio e Paolo organizzavano cineforum e spettacoli tra Pisa e Livorno, firmando poi a sei mani il docufilm San Miniato luglio '44 (1954), che poi ispirerà La notte di San Lorenzo (1982), cinque David di Donatello e Premio della Giuria ecumenica a Cannes. Approdati a Roma nei Sessanta della contestazione generale, Vittorio e Paolo prendono uno studio a Trastevere e realizzano L'Italia non è un paese povero (1960) insieme a Joris Ivens, del quale erano assistenti. Non per niente, all'Università di Pisa, in biblioteca, s'erano studiata la Storia del cinema di Pasinetti. Nel '62 arriverà Un uomo da bruciare, primo film della coppia registica, incline al neorealismo. Vittorio è un passo avanti, Paolo segue,da fratello minore. Amante di Shakespeare, del melodramma e di Tolstoj, Vittorio incise sul banco di scuola i nomi di Dreyer e Rossellini: il preside chiese il rimborso.

Dai Sessanta ai Settanta, il cinema politico fu un marchio. Ne I Sovversivi (1967) con l'attore-feticcio Volontè e Lucio Dalla, c'è la morte di Togliatti e i temi della rivoluzione, visti dal prisma del realismo magico, impregnano Padre padrone, intanto che i Caroselli tv procurano l'agio. Nel 1982 La notte di San Lorenzo fa uscire dalla depressione chi pensava che Marx fosse morto. Ma sarà Cesare deve morire, girato con i carcerati di Rebibbia, a sancire il felice ritorno degli artigiani del cinema italiano, la cui asciuttezza toscana è pure nella fine: né camera ardente, né funerali.