Addio a La Porta, il conduttore gentleman che nobilitò le lunghe notti della Rai

La sua intuizione fu di creare programmi per il pubblico delle «ore piccole»

Paolo Scotti

«In molti, forse, lo ricorderanno come il volto di Rai Notte. Io lo ricordo perché era mio padre». Le accorate parole con cui il figlio Michele ha annunciato ieri la scomparsa di Gabriele La Porta (avvenuta martedì scorso a 73 anni, dopo una lunga malattia) identificano immediatamente nel «mare magnum» dei volti televisivi che, complice l'accavallarsi delle generazioni, si allarga fino a confini ormai non più avvistabili - quello della popolare «faccia» delle notti della tv. Fu Gabriele La Porta, infatti, a nobilitare una fascia oraria che, grazie a lui, non fu più solo il «refugium peccatorum» di spettatori insonni o depressi tiratardi; ma un autentico progetto televisivo, consapevole e articolato, talvolta forse discutibile, sempre però attento, sempre originale nelle idee come nelle scelte.

Con La Porta Rai Notte divenne un piccolo fenomeno culturale. E il suo volto ne divenne l'immagine. Era entrato giovanissimo, in Rai, a soli 23 anni; e come molti della sua generazione aveva maturato sul campo, un incarico dopo l'altro - prima come programmista, poi giornalista ed editorialista, quindi vice caporedattore, caporedattore e direttore - l'esperienza che serve a conoscere il video abbastanza per saperlo maneggiare con abilità e competenza.

Dal 1990 e per un anno e mezzo era stato anche direttore di Rai Due; e per quel periodo il suo nome resta legato soprattutto a Casablanca, il programma letterario che tuttora vanta il record d'ascolto nel genere, e al consimile Parlato semplice, che guidò dal '92 al '93 per oltre 300 puntate. Infine nel settembre 1996 approdò a Rai Notte. E fu subito una piccola rivoluzione. La Porta non si accontentò infatti di improbabili repliche di programmi preistorici o altrimenti inutilizzabili scarti di magazzino. Né, considerata l'ora e il prevedibile stato catatonico del suo pubblico, pensò mai di ricorrere a temi frivoli o digestivi. Al contrario: con lui le notti della Rai parlavano di filosofia (vi si era laureato e ne era docente, oltre che esperto di Giordano Bruno, che aveva tradotto e al quale aveva dedicato un libro), storia, religione, magia, tradizioni culturali, arte, poesia, grazie a titoli quali Anima Good News, Il mare di notte, Inconscio e magia. Il risultato di questo approccio, che non mirava a trattare i radi telespettatori notturni da ectoplasmi, ma da cervelli tuttora funzionanti, fu il mantenimento della carica di direttore per 16 anni (il che ne fece il più longevo dirigente della storia della televisione pubblica italiana) e soprattutto una notorietà sancita dal riconoscimento popolare per eccellenza: quello dell'imitazione, cui lo sottopose, con successo, Corrado Guzzanti. Come molti altri volti di una Rai che pezzo dopo pezzo, inevitabilmente, sta scomparendo, anche Gabriele La Porta era dotato di un'eleganza naturale, di una discrezione e un senso della misura che paradossalmente- aumentavano l'incisività delle sue apparizioni in video. Che non erano mai scontate, mai banali. Si poteva non essere d'accordo con quanto diceva. Ma bisogna ammettere che sapeva come dirlo.