Addio a Sir George Martin, bacchetta magica dei Fab 4

Il grande produttore aveva 90 anni. Lanciò la band nel 1962 Inventò un suono che è ancora oggi attuale. E quasi tutti copiano

Paolo GiordanoPer quasi tutti George Martin è stato il quinto Beatle. In realtà è stato il primo. Quello che li ha capiti subito, producendoli sin da Love me do e seguendoli fino allo scioglimento e poi pure dopo. Li ha incontrati quando erano ragazzetti «over the edge», sopra le righe e molto scomposti, e li ha trasformati nel più importante gruppo della storia del pop. Ieri è morto a 90 anni nella sua casa di Londra, nella pace dei sensi e con la gloria conquistata in quasi settant'anni di lavoro, un uomo risolto che è entrato nel Guinness dei primati perché con i «suoi» brani ha raggiunto il primo posto per oltre cinquanta volte in cinque decenni diversi (ha iniziato con i Temperance Seven nel 1961). Dopotutto, non è una esagerazione dire che nella storia del pop c'è un «prima» George Martin e un «dopo» George Martin. Era un signore elegante, molto alto, ultimamente bianco di capelli, molto british, nato nel 1926 e destinato a essere immortale perché nessuno ha iniziato lavorando a musiche per commedie di Peter Sellers e Spike Milligan per poi battezzare i dischi di Beatles, America, Van der Graaf Generator, Peter Gabriel, Sting, Jeff Beck, Ultravox, Shirley Bassey, Elton John, Celine Dion, José Carreras, Stan Getz e altri potenti della musica. Non era solo un produttore. Era un consigliere, talvolta un padre, ogni tanto un dittatore. E aveva un x factor: capiva il pop se non altro perché lo ha inventato a propria immagine e somiglianza. Se oggi Ringo Starr prega Dio di benedirlo e Paul McCartney lo consacra come quinto Beatle c'è soltanto un motivo: non è stato un loro amico, è stato il loro deus ex machina, quello che ha sopportato i loro deragliamenti (ad esempio quello di Lennon nella registrazione di Strawberry fields forever) e non ha mai abusato del proprio ruolo. Era a tal punto un ispiratore che nel suo studio di registrazione sull'isola di Montserrat andavano persino i Rolling Stones, ossia l'altra faccia della sua musica, perché comunque sapevano di trovare un porto sicuro. Ma qual è il codice George Martin? Lui aveva il pudore dell'armonia. Non trascendeva nel «wall of sound», l'aggressivo muro del suono di Phil Spector, peraltro qui e là corteggiato anche dai Beatles, né si intorpidiva nel barocco. Usava gli archi ma non li rendeva così morbidi da essere avvolgenti e onnivori. E conviveva con gli istinti rock, persino con quelli metal ante litteram visto che, siamo sinceri, Helter Skelter (nel White Album) ha fatto sgorgare dal rock anche quel torrente impetuoso. E poi aveva l'istinto teatrale perché nella Londra anni '50 la nuova musica iniziò a germogliare proprio nei teatri di Soho e dintorni. Quando nel 2006 aiutò il proprio figlio Giles a produrre a Las Vegas lo spettacolo del Cirque du Soleil Love, la sua vena melodrammatica uscì fuori sublimata dall'esperienza: aveva 70 anni e riusciva a moderare il cinismo del grande produttore trascurando l'inevitabile megalomania di chi, già allora, aveva vinto Grammy, premi, riconoscimenti e dischi d'oro o di platino come nessun altro. Forse per capire il perché George Martin sia amato in tutto il mondo da mezzo secolo (ieri Rolando Giambelli, anima dei Beatlesiani d'Italia, era realmente addolorato) basta entrare agli Abbey Road Studios di Londra a pochi passi dalle strisce pedonali dove i Beatles si fecero fotografare per la copertina forse più famosa della storia: sono puliti, precisi, sembrerebbero la sede dell'Fbi tanto sono ordinati ma in realtà hanno accolto la meglio musica dal Dopoguerra fino a ora. George Martin, diventato sir circa vent'anni fa, era lì quando ricevette da Brian Epstein, che era il proprietario di un negozio di dischi di Liverpool, l'acetato (ossia un provino su vinile) di un gruppetto di giovanissimi esagitati del quale si era innamorato. Tutte le altre case discografiche lo avevano rifiutato. George Martin invece accettò. Lo ascoltò, li incontrò e li regalò alla storia. Era il 1962. Otto anni dopo tutti erano disperati perché, sciogliendosi, i Beatles avevano lasciato orfana tutta la musica pop. Da allora George Martin non si limitò a vivere di rendita. Divenne il crocevia di tanta musica e se il premier David Cameron oggi lo definisce «un gigante della musica» non è la solita sbrodolata di retorica populista. Sir George era davvero un gigante che ora può permettersi di sfidare la retorica. Persino Roger Moore, il James Bond di Live and let die, ieri ha twittato «Che tristezza svegliarsi con la notizia della morte di George Martin».E in tutta la lenzuolata di commenti post mortem, da quello Boy George fino a quello di Mark Ronson, non si legge nulla che non sia austeramente vero: se ne è andato una delle colonne della musica leggera del Novecento. Uno che la gente magari non fermava per strada e che solo i veri ultras dei Beatles riconoscono in foto. Ma anche un intellettuale della musica, anzi un maître à penser garbato e autorevole che ha messo in pratica fino in fondo, senza eccezioni, la legge fondamentale di chiunque imbracci uno strumento o prenda un microfono in mano: «Let the music do the talkin'». Lasciate che sia la musica a parlare. Lui lo ha fatto così bene che le sue canzoni hanno detto la parola (finora) definitiva.