Agamben legge «da fisico» la scomparsa di Majorana

Gianluca Barbera

Quarantuno anni dopo Sciascia, tocca a Giorgio Agamben, in Che cos'è reale? La scomparsa di Majorana (Neri Pozza, pagg. 78, euro 12,50), tentare una spiegazione di quell'enigma irrisolto. Lo ricordiamo, Ettore Majorana, giovane talento della fisica italiana, la sera del 25 marzo del 1938, mentre si trova a bordo di un piroscafo che da Napoli lo conduce a Palermo, svanisce nel nulla. Se per Sciascia, in La scomparsa di Majorana (1° ed. Einaudi, 1975), egli avrebbe deciso di uscire di scena dopo aver compreso che le scoperte di Fermi conducevano alla bomba atomica, per Agamben la causa sarebbe nella sua sfiducia nel cammino imboccato dalla scienza a causa del caos in cui l'avrebbe precipitata la meccanica quantistica. Le sue due ultime lettere, inviate la sera stessa all'amico e collega Carrelli (la prima) e ai genitori (la seconda), lo proverebbero.

Agamben, puntellandosi con le tesi di Simone Weil in Sur la science (Gallimard, 1966), cerca a sua volta di mettere in discussione i fondamenti della teoria quantistica, a suo dire basata su un equivoco di fondo: l'assegnazione dello statuto di realtà alla probabilità. Di più: la stessa scomparsa del fisico siciliano, stando ai documenti (tra cui un articolo intitolato Il valore delle leggi statistiche nella Fisica e nelle Scienze sociali, scritto da Majorana e pubblicato postumo) sarebbe un'«obiezione decisiva alla natura probabilistica della meccanica quantistica», nella quale, una volta assunto che lo stato reale di un sistema sia inconoscibile, i modelli statistici finiscono per sostituirsi alla realtà. Egli dunque si sarebbe deciso a quel gesto radicale perché deluso da ciò in cui aveva più creduto. Perché, sembra dire Agamben, se a governare le cose è il caso, la scienza come l'abbiamo intesa finora può dirsi finita. Quale migliore risposta allora che scomparire? Se difatti «la convenzione che regge la meccanica quantistica è che la realtà deve eclissarsi nella probabilità, allora la scomparsa è l'unico modo in cui il reale può affermarsi perentoriamente come tale, sottraendosi alla presa del calcolo». Majorana avrebbe dunque «fatto della sua stessa persona la cifra esemplare dello statuto del reale nell'universo probabilistico della fisica contemporanea». E avrebbe così «posto alla scienza la domanda che aspetta ancora la sua inesigibile e, tuttavia, ineludibile risposta: che cos'è reale?».

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