Aharon Appelfeld, l'uomo della memoria dal campo di sterminio alla Terra Promessa

Il suo "Badenheim 1939" è fra i libri più importanti sul genocidio degli ebrei

Aharon Appelfeld era un combattente. Raccontava spesso la propria infanzia spesa a lottare per la sopravvivenza e, nel ricordo, i suoi smisurati occhi da cartone animato si accendevano come se, anche negli ultimi anni della sua vita, quel bambino che era stato fosse lì, con lui. Nato a Czernowitz, allora Romania, da famiglia ebraica, fu deportato in un campo di concentramento della Trasnistria, dal quale riuscì a fuggire, nascondendosi per tre anni nelle foreste. Aveva perduto la famiglia e aveva otto anni: imparò dagli avventurieri ucraini, dai ladri, dalle prostitute lezioni di vita che si portò appresso per sempre. Come proteggersi, come nascondere un segreto grande quanto la circoncisione, come rispettare il significato del silenzio più di quello delle parole. Come raccontare l'inenarrabile Shoah partendo dalle crudeltà quotidiane.

Conosceva tante lingue: il tedesco, sua lingua madre, lo yiddish, l'ucraino, il russo dell'Armata cui si unì come cuoco, quel poco italiano che udì per la prima volta quando si imbarcò dal nostro Paese per la Palestina, nel 1946, l'inglese, che gli servì per girare il mondo. Ma l'emozione più grande fu apprendere l'ebraico per la prima volta già quasi adulto, in Israele. Una lingua che si è guadagnato duramente e che poi è divenuta quella della sua scrittura. Studiava la Bibbia tutti i giorni e dalla Bibbia apprese quel modo semplice, evocativo e solido di usare le parole che usava nei suoi romanzi: «Dire di meno per esprimere di più», sosteneva.

Amatissimo in patria e noto in tutto il mondo, tra i favoriti di Philip Roth e di tanti altri della sua generazione, pluripremiato - ricordiamo il Premio Israele, il Prix Médicis, il Premio Napoli e tra i più recenti l'Hemingway nel 2016 -, in Italia ha visto tradotti per Guanda (ma anche da La Giuntina e Mondadori), tra gli altri Paesaggio con bambina, Un'intera vita, L'amore, d'improvviso, Il ragazzo che voleva dormire, Fiori nelle tenebre, Una bambina da un altro mondo, Oltre la disperazione. Ma soprattutto Badenheim 1939 e Storia di una vita. Il secondo è un viaggio autobiografico, dal posto delle fragole del piccolo villaggio dei Carpazi dove nacque all'approdo alla Terra Promessa. Il primo è sicuramente uno dei libri più significativi sull'Olocausto che siano mai stati scritti: il fastidio che si fa minaccia, la cupezza che si fa orrore, il nemico che prende volto, i treni che uno ad uno cominciano a partire. Come nessuno, Appelfeld ha dato corpo all'abisso, ha creato la storia di una piccola comunità là dove pareva fosse impossibile anche solo dare una forma comprensibile agli eventi. E il 25 gennaio Guanda pubblicherà un romanzo molto legato a Badenheim 1939: Il fulgore dei giorni, sul ritorno a casa di Theo, giovane ebreo scampato da un campo che lungo il cammino incontrerà Madeleine, amica di famiglia che saprà regalargli immagini di un passato felice.

Appelfeld sapeva bene che la salvezza è possibile solo dove interviene il consorzio umano: «Se qualcuno ha potuto sopravvivere all'Olocausto è perché qualcun altro gli ha offerto un pezzo di pane o una parola di conforto». Sapeva ancora meglio che ricordare è già lottare: «Siamo una nazione antica. Per noi la memoria è cruciale. Basta sapere come e che cosa ricordare. Gli ebrei spesso non ricordano la storia, ma quanto succede loro personalmente e nella tribù. Accade perché non sono mai stati amati», aveva detto al Giornale nel 2009 in occasione di una lectio magistralis al Centro Culturale di Milano. Era convinto che il peggio, per gli ebrei, non fosse passato con la Shoah: «Siamo circondati da oltre 200 milioni di arabi che non vogliono accettarci come vicini. Un miliardo di musulmani pensano alla distruzione di Israele... Ogni bambino israeliano che veda la televisione si chiede: Dove si trova la bomba e quando ce la lanceranno addosso?».