Albanese l'intrepido sui fischi anti buonisti: "È una bella favola"

La storia del rimpiazzo che passa da un lavoro all'altro pare edulcorata. L'attore: "Un'opera genuina e poetica"

nostro inviato a Venezia

Per spiegare L'intrepido, Carlo Degli Esposti, patròn di Palomar che produce con RaiCinema, parla di una lettera di un padre a un figlio, «una sorta di calcio nel sedere degli adulti alle giovani generazioni perché trovino una via d'uscita». Ma Gianni Amelio, regista del secondo film italiano presentato ieri in concorso, lo corregge bonariamente: «Forse più che di calcio nel sedere, Carlo voleva parlare di spinta». Ecco, sta in questa edulcorazione, in questo rifiuto di una certa virilità il limite, forse l'equivoco principale della pellicola. In una Milano sospesa tra il futuro dei grattacieli in costruzione per l'Expo e il presente di stazioni e androni lastricati di graffiti (nei titoli di coda i ringraziamenti al sindaco Giuliano Pisapia), Antonio Albanese interpreta la figura di fantasia del «rimpiazzo», ovvero colui che sostituisce altri lavoratori assenti facendo di volta in volta il muratore, il pescivendolo, il tranviere, lo spazzino allo stadio.

Ogni giorno un lavoro diverso perché ogni giorno è un nuovo inizio, sollecita uno sguardo positivo e la voglia di farsi la barba «per ricominciare sempre, con dignità e tenerezza», sottolinea Amelio. È questa la morale di una favola che si vorrebbe chapliniana e cita Buster Keaton (il lavoratore che porta da solo un'asse): L'intrepido è colui che va controcorrente e non si ferma alle avversità del nostro presente che identifichiamo con la parola crisi. «Io non voglio piangermi addosso», insiste il regista. «Ma penso che, nella situazione in cui siamo, non vinca chi ha la forza dei muscoli, ma chi ha quella della propria pulizia e del proprio candore». È la testimonianza che il protagonista tenta di trasmettere al figlio sassofonista dotato di talento, ma vittima di attacchi di panico. «Io non so bene che cosa senti», gli dice Antonio. «Se sia paura del futuro o un peso che ti porti dentro. Tutte le mattine avverto questo peso, ma poi passa. Forse sono io che faccio paura a lui, non lui a me. E mi alzo...».

Accolto in modo contrastante alla visione della stampa, con «buu» e fischi di disapprovazione ma anche con applausi insistiti, probabilmente entrambi opera di claque avverse, L'intrepido attinge al cinema del neorealismo. Ma a un primo sguardo sembra film su una grande idea non perfettamente riuscito.

È d'accordo, Albanese?

«Non sono d'accordo. Sono orgoglioso di questo film. L'ho rivisto un mese fa, oggi è un giorno importante perché lo vedete voi critici qui alla Mostra. Ma credo sia un film che resterà. Non so come esprimere la gioia di averlo fatto. Vorrei ballare...».

L'intrepido è buono come il pane e Pane è il suo cognome.

«È una scelta, altrimenti sarebbe stato un film realistico».

Sembra tutto edulcorato.

«Perché è una favola».

C'è molta della sua vita in questo film?

«Ci sono alcune cose mie. Prima di essere quello che sono ho fatto tanti lavori. L'unico tatuaggio originale che ho e di cui vado orgoglioso è questo (mostra una cicatrice): lo devo a un truciolo che mi stava tranciando un polso».

Anche la storia del sax è autobiografica.

«Sì, ma io lo vendetti per 900mila lire a una ragazza di Lecco per pagarmi l'affitto a Milano, quando frequentavo l'Accademia. Il direttore mi aveva detto: “Se smetti, ti ammazzo”. Così vendetti il sax contralto. Ma gli strumenti musicali non si vendono...».

Che cosa le piace del suo personaggio?

«La dignità, una certa determinazione che gli invidio. Viviamo momenti cupi. Ho provato a raccontarli con una forma di leggerezza. In questo senso penso che questo sia il film più trasgressivo che ho fatto. Perché entra nell'oggi con una linea interessante, originale. Molti anni fa vidi Ladro di bambini insieme con un'amica e pensai che volevo lavorare con questo signore. Gianni Amelio lo conosco da vent'anni. Discutiamo, incrociamo le idee. Non sempre siamo d'accordo. Ma noi attori siamo come colori in mano a un pittore».

Questo personaggio si chiama Antonio, come lei, e Pane di cognome: è la sua vita verniciata di buonismo?

«È un personaggio che mi appartiene. Vengo da una famiglia operaia che mi ha fatto imparare i lavori manuali, ho iniziato in un'azienda meccanica. Poi ho lasciato il certo per l'incerto, ma dovevo continuare a mantenermi... Questa è un'esperienza che ti dà forza. Se lei ci ha visto del buonismo, non posso convincerla che non c'è. Il buonismo è soffermarsi su un'azione, sottolinearla, sfruttarla. Invece il protagonista è così, genuino. Non si volta mai indietro. È anche un padre che finisce per chiedere dei soldi a suo figlio».

Lei ha una corporeità nervosa che qui esce solo a tratti. Le inquadrature sul suo volto benevolo sono sempre una frazione di secondo troppo lunghe...

«Anche questa è una scelta. È il cinema di Amelio, un grande autore. Comunque, proverò a riguardarlo...».