Allegri, c'è Malinconico a risollevarci il morale

In "Divorziare con stile" l'avvocato di Diego De Silva ne ha per tutti: tassisti, cantanti, negozi di telefonia...

Confesso: mai sopportato gli autori napoletani (né la maggior parte dei siciliani, né i sardi, né i pugliesi) perché nascono già con una lagna sociale introiettata: il Golfo, il Vesuvio, la camorra, il Nord cattivo. E se volete saperlo perfino di Eduardo non ne posso più, un grande autore, sì, ma io al secondo «te piace o' presepe?» gliel'avrei rotto sulla testa e finita lì. Come dice Arbasino in Fratelli d'Italia: «Commedia dell'Arte? No, grazie, mi fa vomitare». Ecco, io la penso più o meno così.

Con un'eccezione: Diego De Silva. De Silva è uno che, a differenza di molti pomposi autori da premio letterario italiano, finge di giocare al ribasso. I suoi titoli sembrano romanzi di Sophie Kinsella (comunque irraggiungibile pure lei per un vincitore del Premio Strega) ma è molto più bravo, della Kinsella e di tanti altri.

L'ultimo romanzo si intitola Divorziare con stile (Einaudi), e uno si aspetta una storiella coniugale tutta anema e core e sospiri e o' sole mio, magari con stile, ossia in smoking, e invece col cavolo, non conoscete De Silva. O meglio non conoscete l'avvocato Vincenzo Malinconico, personaggio ormai collaudato e in forma smagliante. Questa volta Malinconico (legale poco rampante, che galleggia controvoglia nelle aule giudiziarie partenopee per sbarcare il lunario) deve aiutare una ricca signora, Veronica Starace Tarallo, a divorziare dal marito, il potente avvocato Ugo Maria Starace Tarallo. La trama, apparentemente, è tutta qui (a parte un'altra trama parallela, quella del risarcimento del naso dello «quasi zio» Nik, andato a sbattere contro la porta a vetri di un tabaccaio, credendola automatica) ma De Silva ti tiene incollato alla pagina con mille digressioni.

A cominciare dai tassisti, categoria intoccabile perfino per gli scrittori (chissà perché i tassisti fanno così paura), ma non per Malinconico, che li fa a pezzi: i tassisti che ti chiudono dentro, quelli che si lanciano in analisi politiche qualunquiste e devi ascoltarli per forza, quelli che trattano gli altri come automobilisti abusivi che hanno invaso il mondo, e via dicendo.

Magnifiche anche le riflessioni sui cambiamenti generazionali, di cui la più illuminante è la tirata di Malinconico su come le canzoni italiane abbiano creato generazioni di sfigati, da Tornerò dei Santo California («rivedo ancora il treno/ allontanarsi e tu/ che asciughi quella lacrima») alla famigerata Miele de Il Giardino dei Semplici, altro piagnisteo di amore non vissuto, dove le storie finiscono prima ancora di iniziare («Quando hai detto Scusami, è finita/ e cadevano le prime stelle, miele, com'eri bella»). Insomma, «la canzonetta italiana estiva era il ciucciotto in bocca di generazioni di disperati (fra cui la mia) che hanno cercato di buttarla sul nostalgico per ovviare alla mancanza di figa: l'equivalente musicale dei film per tutti, che censurava l'eros omettendolo». Considerando poi quanto fossero più avanti Mina, Patty Pravo o Ornella Vanoni nello sdoganare orgasmi e pensieri stupendi di ménage à trois.

Per non parlare della fobia del backmasking (ve la ricordate?), dove erano tutti convinti che certe canzoni rock, sentite al contrario, inviassero messaggi pericolosi (addirittura Another One Bites the Dust dei Queen al contrario avrebbe detto «Start to smoke marjiuana»). Come se i dischi si ascoltassero al contrario. E in ogni caso si sa che «da sempre il moralista fonda l'educazione sul colpevolizzare e proibire tutto ciò che dà gioia e procura piacere», e «qualsiasi tipo di educazione, in fondo, è un po' un'educazione all'infelicità», parole sante.

Ma le elucubrazioni di Malinconico non si fermano certo qui (andrebbe citata ogni pagina), riempiendo qualsiasi interstizio della vicenda (che nel frattempo va avanti, trasformandosi in una tragicomica tresca tra l'avvocato sfigato e la celebre assistita). Voglio dire: De Silva è un maestro nel rendere vivi anche i tempi morti di un romanzo.

C'è perfino una nuova visione del capitalismo, dove se ti finiscono i giga e vai in un negozio non ti ascoltano e cercano di venderti altro, «un nuovo modello economico in cui l'offerta non solo prescinde dalla domanda ma addirittura la evita». C'è la moda snervante dei messaggi vocali su Whatsapp («quelli che li mandano se la prendono sempre comodissima prima di venire al punto, facendo lunghe premesse e andando fuori tema con gusto, roba che tre minuti ti sembrano trenta»), e l'obbligo di dover rispondere sempre («la tecnologia non ha solo agevolato la comunicazione, l'ha anche colpevolizzata, perché ha inibito ogni forma di latitanza»).

In un'epoca, la nostra, piena di vecchietti che corrono, e «sono questi mutamenti antropologici che ti fanno capire quant'è cambiato il mondo, altro che Facebook e Instagram. Mio nonno, per dire, sarebbe stato incuriosito dal computer, e forse avrebbe anche navigato in rete, ma col cavolo che sarebbe uscito di casa in canottiera per andare a correre nei parchi». Inoltre sappiate che è meglio divorziare chiedendo una liquidazione una tantum anziché restare legati a vita («una specie di condono tombale sul matrimonio»); che «la solitudine è bellissima, quando hai qualcuno»; e che non c'è amore senza conflitto, perché «palle, che l'amore è pace, l'amore al massimo è tregua».

Infine, per sapere come va a finire la storia tra Malinconico e Veronica Starace Tarallo (e la causa legale sul naso rotto dello zio Nik) correte in libreria e comprate il libro. Lunga vita a Vincenzo Malinconico, e a Diego De Silva, lo scrittore napoletano meno napoletano che c'è.