All'Umbria Jazz troppi gruppi e sovrapposizioni

da Perugia

Non è facile scrivere di questa Umbria Jazz 2014 da chi abbia seguito tutte le edizioni dal 1973 in poi, comprese quelle invernali dal 1993, e debba sgombrare il campo dai confronti e scacciare qualche nostalgia inutile. Malgrado la perdurante crisi economica generale, quest'anno si è fatta troppa musica perfino mediocre con sovrapposizioni che hanno danneggiato i solisti e i complessi meno noti e giovani.

La palma del concerto migliore spetta a Wayne Shorter sax soprano con Herbie Hancock pianoforte più qualche tocco di piano elettrico. I due assi dopo un incipit improvvisato hanno fraternamente eseguito variazioni su temi propri. Sia poi lodato l'auspicato stupendo ritorno di Doctor 3 ovvero Rea Pietropaoli e Sferra, ribadito da Pietropaoli con il suo Yatra Quartet. Più che mai intensi sono stati il duo di Stefano Bollani con Hamilton de Holanda e i «vecchi» Franco Cerri in quartetto e Renato Sellani con l'inseparabile Massimo Moriconi. Gradite conferme sono venute da Buster Williams, indimenticato contrabbassista del quartetto Sphere dedicato a Thelonious Monk, e dal suo vigoroso collega Christian McBride in trio, nonché dalla voce vellutata di Cecile McLorin Salvant. Si parlerà a lungo pure di due rivelazioni, i Mountain Men di Mr. Man e Mr. Iano che propongono deliziosi suoni popolari; e della cantante e violinista cubanaYilian Canizares.

Or qui comincian le dolenti note, direbbe Dante. Le cito subito per finire con il dolce. Una sedicente New Orleans Night ha presentato i Galactic che fanno un mix di hip hop, funk e rock. Se «questa è la musica che si suona oggi a New Orleans» (testuale), lasciate ch'io pianga. La pianista Hiromi ha confermato che il suo scopo è rischiare la distruzione della tastiera. Natalie Cole ardisce tuttora di gracidare su un filmato con il canto e l'immagine del suo grande padre. Per fortuna è seguita la voce e la presenza scenica di Fiorella Mannoia con Danilo Rea al pianoforte. Mi fermo qui. Confesso di non aver più capito, negli ultimi anni, lo show di Al Jarreau. Ma nel suo trionfo perugino mi ha sconcertato ritrovare, in certo pubblico, il nefasto «ascolto nella distrazione» degli anni 70, per cui si applaude anche senza aver visto e ascoltato nulla. Mi sono invece riconciliato con la bella voce baritonale di Mario Biondi che di recente mi era sembrata non sostenuta da contenuti adeguati. Commovente infine è stato l'omaggio ad Armando Trovajoli della poderosa orchestra jazz di Dino e Franco Piana.