Altro che giovani, la gente vuole Al Bano

Le vecchie glorie danno la "scossa". E fanno i picchi d'ascolto

Al Bano sul palco del teatro Ariston

Parlano i numeri: i dati di ascolto e di share hanno raggiunto i loro picchi con Crozza Maurizio, Baggio Roberto e Carrisi Al Bano. E allora come la mettiamo? Dove sta la scossa? Dove la novità? Potrei aggiungere Toto Cotugno e il coro dell'Armata Rossa, un momento di grande coinvolgimento, lo stesso sarebbe stato per i Ricchi e Poveri se Gatti non fosse stato travolto dal dolore per la morte del figlio. Questo significa che il popolo pubblico, come lo chiama Benigni, ama le cose sicure, quelle datate ma certe, Carlo Conti con il suo programma I migliori anni lo ha ribadito, l'effetto nostalgia acchiappa. Il resto sembra un menù di nouvelle cuisine che fu, di certi cuochi che portano in tavola il premasticato e passano per artisti. La musica è leggera in quanto tale, il festival pure, Sanremo si desta una volta all'anno e sembra voler dimostrare al mondo di essere sempre diverso dal passato. Il bravo presentatore ha detto che per la prima volta il festival è stato presentato da un uomo e da una donna. Il riverente Fazio Fabio dovrebbe chiedere scusa al gruppone di presentatrici della storia festivaliera, cominciando dal '55 con Maria Teresa Ruta, zia della contemporanea, insieme con Armando Pizzo, e poi l'Allasio, Fulvia Colombo, Adriana Serra, la Farinon, addirittura nel '61 non ci furono maschi ma due donne, Lilly Lembo e Giuliana Calandra, evito l'elenco completo, suggerirei al cortese presentatore un ripasso sul Bignami.
Sanremo ha bisogno di numeri uno, non è un talent show, è la rassegna delle cose» migliori della nostra musica, altrimenti sarebbe come organizzare il campionato di calcio lasciando a casa Inter, Milan, Juventus, Roma, Lazio, Napoli, le due genovesi, la Fiorentina, puntando sui giovani, le novità, si dice, possono scuotere l'ambiente. Balle, i numeri dicono esattamente il contrario, i picchi rappresentano il punto più alto di partecipazione del telespettatore e non ci sono Fazio o Littizetto che tengano, al di là dei loro sforzi e della loro bravura, gli autori geniali hanno rischiato l'ambiguo, ed eccelso, Antony Hegarty il quale al termine della sua esibizione, ha lasciato il pianoforte, il microfono, il bravo presentatore e l'Ariston intero, senza nemmeno un cenno con il capo, dileguandosi. Quale fosse il dato di ascolto in quel preciso istante nessun lo sa ma sarebbe interessante per comprendere il fenomeno-festival. Ieri sera abbiamo avuto comunque il trionfo della cucina tradizionale, sotto l'insegna Sanremo Story, una sfilata di canzoni belle, alcune bellissime (Io che non vivo di Pino Donaggio del '65, come una buona bottiglia, oggi stappata dai Modà), interpretate dai big contemporanei. E l'Ariston ha fatto festa con Caetano Veloso e Pippo Baudo, totale anni centoquarantasei. Non scherzo, questo dovrebbe essere il festival, il passato rivisto ma non scorretto, un omaggio alla musica leggera italiana, anche interpretata dai grandi artisti forestieri che riuscirono a tradurre nella loro lingua le nostre migliori canzoni. Di Io che non vivo di Donaggio resta memorabile l'interpretazione di Elvis Presley. O La voce del silenzio, di Mogol, Limiti, Isola cantata nel '68 da Tony Del Monaco ed esaltata da Dionne Warwick; nella stessa edizione Shirley Bassey fu emozionante con La vita, di Amurri e Canfora, ma comunque eliminata. Tralascio Josè Feliciano e Roberto Carlos. Informate Marta sui Tubi e soprattutto Giancarlo Leone che ai tempi, da dodicenne, non pensava alla scossa se non in un altro senso.