Amelio a caccia del «Leone» con Albanese

RomaL'ultimo regista italiano a vincere il Leone d'Oro a Venezia, dopo quindici anni ci riprova. E sbarca al Lido da calabrese capatosta: a 68 anni Gianni Amelio si cava lo sfizio di girare in digitale e, per la prima volta, una commedia. Amara, per carità, ma comunque lontana dalle sue corde di autore impegnato, col pugno in tasca che si leva al cielo d'ogni denuncia sociale. Colpire al cuore (1982) alla Mostra di Venezia, per esempio, «fu accolto come i derby Roma-Lazio o Milan-Inter. Per me è stato un dispiacere enorme, non stavamo facendo una partita di pallone. Qualcuno mi offese definendo il film pernicioso, accusandomi d'una presunta adesione al terrorismo», ricorda l'autore a proposito d'uno dei suoi titoli più divisivi, con Jean-Louis Trintignant nei panni d'un padre alle prese col figlio ribelle.
Adesso, invece, con l'avanzare dell'età, scocca l'ora della leggerezza, o dell'engagement civile affidato ad Antonio Albanese, con la sua faccia di gomma e i risultati garantiti al box office. È il comico campione d'incassi (15 milioni di euro con Qualunquemente, 8 con Tutto tutto, niente niente) il mattatore de L'intrepido, in concorso alla 70esima Mostra del cinema di Venezia e sugli schermi dal 5 settembre. «Questo è un Albanese con la A maiuscola. È uno dei nostri più grandi attori. Doveva partecipare ad altri due film miei, poi gli ho preferito altri colleghi. Questo film ho voluto scriverlo appositamente per lui e Carlo degli Esposti ha accettato di produrlo in mezz'ora, dopo che gli ho raccontato il progetto in un ristorante. Avesse avuto una penna a disposizione, avrebbe scritto il contratto sul tovagliolo», narra Amelio del patròn della Palomar, che con Rai Cinema finanzia il ritorno dell'autore, già a capo del Festival di Torino.
«Il mio film ha un cuore tragico, con un personaggio tenero e disarmato», prosegue Amelio, stavolta fruitore della collaborazione del Comune di Milano, della Lombardia Film Commission e di ATM, l'Azienda dei trasporti meneghina. E se la Torino razzista di Così ridevano, nel 1998 Leone d'Oro alla 55esima Mostra, faceva da sfondo alla condizione operaia dei meridionali che, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, cercavano dignità al Nord (tra i cartelli «Non si affitta ai meridionali»), stavolta è la Milano d'oggi il palcoscenico vibrante.
Una città impoverita dalla crisi, zeppa di nuovi poveri e dove Antonio Pane, questo il nome evocativo del protagonista, un quarantenne disoccupato, s'impiega come può: autista di tram, ambulante, muratore, cameriere, gonfiatore di palloncini alle manifestazioni sindacali e più lui soffia, più i palloncini rossi gli scoppiano sul naso. Pane, però, con la sua «tenacia gentile», resiste. Un disperato calmo dell'Italia d'oggi, dove non si ha più nemmeno voglia di piangere.
«Rispetto agli altri miei film, la novità è il tono apertamente brillante, frutto di un'ironia, più di comportamento che di parola. Antonio sfodera qualità che definirei chapliniane, capaci di far convivere il sorriso con la commozione più struggente. Questo film è una nuova sfida, già vincente, perché arriva al momento giusto ed io ho la forza giusta per farlo», dice Amelio, autore del copione con Davide Lantieri.
Magistralmente fotografata da Luca Bigazzi (lo stesso de La grande bellezza), vedremo la Milano della mensa dei poveri, gestita dai frati cappuccini in Corso Concordia. Dove Albanese - zucchetto blu sul capoccione, tracolla da nomade urbano - s'è messo in fila in incognito, mentre Amelio riprendeva la scena a telecamere lontane. E ci sarà pure il Centro sociale Leoncavallo, con la band Figli di Madre Ignota. «Vorrei ritrovare la freschezza, l'impatto e la semplicità che avevo quand'ero più giovane. Il digitale è affascinante, ti libera di tanti fardelli, in primis la pesantezza della macchina da presa. E hai tutto sul computer. Però è anche un rischio: ti deresponsabilizza, non ci sono più quei gesti definitivi».