Anche Magritte e Frida Kahlo nel Rossini di Michieletto

Paolo Scotti

E chi prevedeva proteste e scandali è servito. Non un muso lungo, neppure un fischio o un mezzo «buuuh!» di disapprovazione; al contrario, un successo entusiasta ha accolto, martedì sera all'Opera di Roma, il più osannato e detestato fra i registi d'opera. Damiano Michieletto è troppo geniale per poter essere ridotto a banale provocatore, come ce n'è tanti (troppi) sulle scene liriche. E la sua regia del rossiniano Il viaggio a Reims è forse la più brillante e sorprendente, dopo quella storica con cui nel 1984 Ronconi riesumò il dimenticato capolavoro. Certo: la mancanza di una tradizione, perfino la natura ibrida e paradossale di un'opera che non è un'opera, ma solo una «cantata scenica» per celebrare Carlo X di Francia, ha reso meno traumatiche quel genere di trovate che, solitamente, mandano in bestia i tradizionalisti della lirica. Il fatto è che Michieletto non rivoluziona solo per il gusto di farlo. Il soggetto è solo un pretesto celebrativo, i suoi personaggi solo dei simboli? Ecco l'azione trasferita in un luogo celebrativo per definizione - un museo d'arte moderna - e i suoi personaggi nel simbolo di quel luogo le figure stesse dei quadri, che magicamente si animano, e interagiscono con galleriste, restauratori, visitatori.

E tutto questo non è solo irresistibilmente divertente - l'omino di Magritte o l'autoritratto di Frida Kahlo che, sbucati dalle loro cornici dialogano con l'autoritratto di Van Gogh, strappano l'applauso a scena aperta. È soprattutto impeccabilmente affine allo spirito, all'humor della musica, nonché al servizio della stessa: il rarefatto canto di Corinna si materializza nel delizioso balletto delle Tre Grazie del Canova; l'immobilità del concertato, spesso inverosimile, trova una logica con i cantanti raggelati in una cornice come i personaggi in un quadro; l'aria-elenco di Don Profondo, Medaglie incomparabili, diventa l'elenco di un battitore d'asta, cui partecipa, alzando la sua bacchetta, perfino il direttore d'orchestra Stefano Montanari. E alla fine i protagonisti incompiuti, come i pirandelliani sei personaggi, trovano il loro posto dentro alla colossale tela che celebra Carlo X. L'impagabile incanto di questo spettacolo costringe a citare appena gli interpreti musicali, Mariangela Sicilia, Valentina Varriale, Juan Francisco Gatell, Nicola Ulivieri, tutti magnificamente a loro agio sia con l'impervia scrittura rossiniana che con la travolgente regia.