"Andava bene il pezzo?". Per noi giovani una lezione di classe

Ci ha mostrato che cosa siano la misura e l'eleganza nel nostro mestiere. E ci parlava sempre da pari a pari

Mario Cervi amava talmente il proprio mestiere che se per una qualche ragione si ritardava di un giorno la pubblicazione di un suo articolo, lui - uno che se gli chiedevi un pezzo alle 5 del pomeriggio alle 7 lo stava già dettando ai dimafoni, sempre perfetto - come un ragazzino alle prime armi, impaziente, ti chiedeva: «Ma quando esce?». E la cosa peggiore è che poi - lui che fu inviato del Corriere della sera, lui che lavorò con gente come Buzzati e Vergani, lui che fondò il Giornale - voleva sapere: «Andava bene?». Sì, direttore. Andavano sempre bene. Tutti quelli che hai scritto.Capelli d'argento e penna che valeva oro, Mario Cervi diceva che il segreto di un buon editoriale, come sapeva benissimo Indro Montanelli, è la chiarezza. Per la quale, alla fine, troppe letture, troppi distinguo, troppe sottigliezze, sono un ostacolo. «Gli editoriali sono come i cento metri, devi farli d'un fiato: un'idea sola, precisa, che fila via per 60 righe, dove dici bianco o nero, senza sfumature, pro-e-contro. Altrimenti diventa un'analisi, o un racconto, che è un'altra cosa».Troppo intelligente per cedere alle semplificazioni, troppo saggio per affidarsi alla rappresentazione d'una realtà sempre o bianca o nera, del tutto estraneo alle logiche di scontro tra «amici» e «nemici», Mario Cervi non era un buon editorialista. Se serviva, da grande professionista quale era, faceva anche quello, certo. E sempre più che egregiamente. Ma gli editoriali non erano - come si dice - il «suo». Il «suo» - giornalista di una capacità di scrittura direttamente proporzionale alle doti umane e osservatore di una esattezza che faceva il paio col suo equilibrio di giudizio - era piuttosto l'analisi, politica o storica, sempre misurata, sempre senza fanatismi, mai con l'arroganza di essere ogni volta dalla parte del giusto. E poi il racconto dei fatti, che lui visse come cronaca e che per noi sono Storia: i grandi processi del dopoguerra, l'alluvione del Polesine, la crisi di Suez, il golpe dei colonnelli in Grecia, quello di Pinochet in Cile, le luci e le ombre del craxismo, del berlusconismo, del renzismo...Ecco, la sua bravura non era offrirti la certezza di una verità, o difendere un'idea forte. Ma raccontarti la parzialità di un evento o le debolezze di un pensiero «comune». Nel modo più discreto e nella forma più elegante possibile.Uomo di pochi consigli e giornalista di parecchia finezza, Mario Cervi ha insegnato a una generazione di giornalisti - la mia - proprio queste due cose. La misura e l'eleganza. Quante volte, nei pomeriggi che passava dalla redazione - tutti i giorni, fino a questa estate, dalle 15 alle 18, per scrivere la sua Stanza - mi ha preso sotto il braccio, e mentre andavamo a bere il caffè, mi diceva: «Luigi, ho letto il tuo pezzo di oggi... Volevi stroncare il politico tale, l'intellettuale talaltro... Perché hai usato quell'aggettivo? Perché quella violenza? Non servono. Le stoccate migliori si tirano col fioretto e l'ironia. Non con le mazze ferrate e il sarcasmo».Virtuoso del fioretto e maestro di ironia, Mario Cervi era un signore. Abiti di taglio inglese di poche nuances e conoscenza dell'italiano in tutte le sue sfumature, non sbagliava mai un aggettivo, un giro di frase, un affondo. I suoi pezzi erano come lui. Arrivavano sempre nel momento appropriato, nel modo giusto. Si chiama classe.Ci vuole classe, del resto, per stare una vita accanto a Montanelli, come «secondo», parlandone sempre, da amico, come «il primo» di tutti. Con Indro ha diviso migliaia di ore di lavoro, uno studio al terzo piano di via Negri, vent'anni di Giornale, dodici volumi della Storia d'Italia e la gloria di un binomio che ha fatto quella del giornalismo. E mai con un moto di invidia, una gelosia, una ripicca. Nessuno al Giornale, in tanti anni, ha mai sentito Cervi parlare meno che in toni apologetici di Indro, sia dal punto di vista professionale, e questo è ovvio, sia umano, e questo un po' meno. Si chiama stile.«Tra le mie fortune c'è quella che Montanelli è morto prima di me, così non mi ha fatto il coccodrillo, perché i suoi erano letali», mi ha detto una volta scherzando. Un'altra, invece, molto serio, è venuto alla mia scrivania, gli avevo fatto i complimenti per il pezzo su Dan Segre, morto il giorno prima, e mi disse: «Chissà se in qualche cassetto del palazzo c'è anche il mio di coccodrillo...». «Non credo che qualcuno si permetta», gli risposi con imbarazzo. «A ogni modo - chiuse il discorso - preferirei non leggerlo». Anch'io avrei preferito non scriverlo.Per il resto, ricorderò Cervi come il direttore che mi ha sempre parlato alla pari, nonostante la distanza degli anni e del talento, e che mi ha insegnato il senso di questo mestiere. Che è l'unica cosa che vale.Conoscerlo è stato un privilegio. Lavorare con lui, una lezione indimenticabile.