Apocalisse e redenzione secondo Alan Vega

Il testamento del cantante newyorchese è un manifesto contro l'orrore del presente

Alan Vega non è mai stato un musicista accessibile. Il signor Boruch Alan Bermowitz (è il nome anagrafico di questo newyorkese purosangue scomparso nel luglio del 2016), già nei primissimi anni '70 con la sua band, i Suicide, ha portato sullo scenario musicale una forma embrionale di spigolosissimo e sfacciato elettro-punk, ben prima della nascita del genere nel suo formato rockettaro con Sex Pistols, Clash, Ramones e compagnia.

Nell'epoca del girovagare live dei Suicide, Vega - in compagnia di Martin Rev, tastierista e programmatore - si è fatto amare-odiare dal pubblico, dividendolo in fazioni, frustandolo con un suono fastidioso ed elettrico, provocandolo da nemico a colpi di elettronica. Vega diventerà uno dei personaggi più influenti su una vastissima generazione di musicisti e di generi più o meno sperimentali, facendosi amare da Springsteen e Lou Reed, Sonic Youth e Nick Cave, Depeche Mode e Nine Inch Nails, Primal Scream e Marc Almond, incidendo su no wave, noise, elettro-pop, industrial metal e finanche sulla techno.

Figlio di una coppia metà ebraica e metà cattolica, studente ad un college di arte contemporanea, Alan ha tratteggiato così un incubo metropolitano con terrificanti canzoni manifesto capeggiate da Frankie Teardrop (uscito nel 1977 nel primo album dei Suicide), storia di un giovane che compie il peggio di fronte alle delusioni della vita, come se l'epilogo di The River (uscito nel 1980) di Springsteen fosse una scena cosparsa di sangue innocente.

Morto all'età di 78 anni lo scorso anno, Vega ha lasciato materiale per un nuovo apocalittico album appena uscito, IT, pubblicato sotto la supervisione della moglie Elizabeth Lamere. Ed è un disco (naturalmente) dissacrante e sepolcrale, più opera d'arte estrema che prodotto musicale. Tra noise elettronico, drum machines e tematiche da fine dei tempi, Alan Vega apre il suo nuovo disco con i sei minuti mozzafiato di DTM (Dead to Me), vertiginosa, ripetitiva e rimbombante litania nera: «La vita non è un gioco, la vita non è un gioco», ripete il musicista, declamando che siamo «nei giorni e nelle notti del puro male, del male perfetto». Come direbbe il colonnello Kurtz-Marlon Brando: è il tempo dell'orrore. Screaming Jesus si apre con un minuto di urla, in cui la Crocifissione (pochi come Vega hanno sentito l'attrazione della Croce) è contraltare divino delle morti insensate con cui il nostro tempo imbandisce la tavola degli scoop. I testi come d'abitudine - sono frasi-manifesto, claim espressionisti per Alan Vega che come in ogni altro suo disco urla e strepita, a volte declama. In Vega la redenzione è un lumicino. Eppure c'è: anche Alan nella sua terra desolata accende una lampada di speranza: in Prayer le parole sono «Meditazione, La guerra è finita, Pace, Hallelujia, Questo è il mio hallelujia, Prega per la Redenzione, Dammi il tuo Pane».

Al termine di 53minuti di musica-non musica, rimane per chi ascolta il senso di apocalisse, di altare sacrificale, di tragica profezia. Alan Vega al termine del suo viaggio musicale lancia una ulteriore sfida, un oltraggio alla visione prometeica dell'uomo, che è il vero bersaglio della sua violenza verbale: il disco si conclude con Stars, un brano in cui una voce quasi proveniente dal profondo dei cieli declama «ti ho dato le stelle, i pianeti, le terre, le stelle, il potere: è tutto tuo ed è tutto gratis»... Quasi a voler rappresentare una resa dei conti: che ne è stato del potere illimitato dato all'uomo? Tra Philip Dick e William Borroughs si incrociano frequenze metalliche e giorno del giudizio in uno scenario che termina sulle parole finali: «ricorda, è la tua vita, è la tua vita!».

Cala così il sipario su un personaggio apocalittico e borderline e si spegne una voce urlante, che ricorda per analogie anche visive lo stile sanguinoso delle opere senza volto di Francis Bacon. Chissà se ne rimarrà l'eco in giro nel mondo delle sette note.